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Paradisi da non perdere

di Luca Sciortino

NATURA. In un libro del Wwf e in una mostra i luoghi del pianeta più ricchi di biodiversità. Che vale la pena salvare. E non solo perché sono belli.

Non più quel che saremo capaci di creare, ma ciò che saremo capaci di salvaguardare: ecco cosa conterà di più per il futuro della specie umana. Non è difficile convincersene. Diecimila anni fa, quando abbiamo iniziato a praticare l’agricoltura, eravamo 5 milioni di individui. Oggi siamo circa 6 miliardi. Da allora, metà dell’estensione originaria delle foreste è andata perduta e il 50 per cento della parte sopravvissuta è stata degradata in maniera grave.

Il ritmo di scomparsa dei boschi va aumentando e ha raggiunto il 2 per cento annuo, secondo dati riportati dall’ecologo inglese Norman Myers. Il 70 per cento delle foreste aride tropicali, il 45 per cento di quelle pluviali, il 30 per cento delle conifere e il 60 per cento dei boschi di latifoglie non esistono più. E solo il 38 per cento della superficie terrestre, secondo quanto scrivono i biologi della Conservation international nel volume Wilderness: Earth’s Last Wild Places, può definirsi allo stato selvatico.

Una formula matematica detta il ritmo di scomparsa delle specie: via via che un habitat si restringe, il numero sostenibile di specie cala di una percentuale che è circa la radice quarta della percentuale di riduzione dell’area. Anche i mari sono sovrasfruttati e il 41 per cento della popolazione mondiale vive lungo bacini fluviali sottoposti a profondo stress idrico, mentre più del 20 per cento delle 10 mila specie d’acqua dolce si sono estinte o corrono il rischio.

Questo è il punto cui siamo giunti. Se diremo basta sapremo da dove ricominciare: 53 delle 238 ecoregioni del pianeta, identificate come «da salvare assolutamente», campeggiano nelle splendide immagini nel volume Global 200. Terre senza confini, pubblicato dal Wwf (in uscita il 24 novembre) e in una mostra a Milano, fino al 30 dicembre. C’è la taiga scandinava con i suoi prati immensi di trientalis e achillea, interrotti dalle acque di un mare che sembra contorcersi fino all’orizzonte. C’è l’arcipelago delle Galápagos con una vegetazione che «da isola a isola differisce in maniera stupefacente», come scrisse Charles Darwin. Ci sono le sterminate praterie del Nord America che si confondono con il cielo. Ci sono la foresta amazzonica con il suo tappeto verde scintillante, le savane di acacia dell’Africa orientale, le torbiere paludose del Borneo, le steppe del Daurian, il Mare di Bering, i laghi della Rift Valley, la Grande barriera corallina, le foreste del Madagascar, il deserto del Chihuahua, il bacino del Congo, le montagne europee, l’Isola di Pasqua... Sfogliando il libro rinasce la speranza di salvare un pianeta che non ha eguali nel Sistema solare.

Il 90 per cento della biodiversità mondiale è racchiuso in queste 238 ecoregioni, scelte attraverso ricerche degli ultimi anni coordinate dal Conservation science pro gramme del Wwf Usa. I criteri di selezione si basano sostanzialmente su diversi indicatori, tra cui: la ricchezza delle specie (biodiversità), la presenza di fenomeni evolutivi, il livello di frammentazione degli habitat e la loro ampiezza, il livello di protezione esistente.

Se alcune di queste aree sono ancora integre, per molte altre non è così. Il 47 per cento di queste ecoregioni è considerato in pericolo, il 29 per cento vulnerabile e solo il 24 intatto. Le notizie più recenti dicono che qui è in atto una sorta di ultima resistenza agli assalti dell’uomo. «L’innalzamento delle temperature dei mari, uno dei fenomeni del riscaldamento globale, sta causando lo sbiancamento delle barriere coralline» afferma Fulco Pratesi, presidente del Wwf e uno degli autori del libro. «A rischio soprattutto quelle dell’Oceano Indiano, anche per l’eccessiva presenza di barche che le rompono con le loro ancore».

Anche il paesaggio alpino è mutato. Le precipitazioni sono diminuite negli ultimi 30 anni del 20 per cento, con punte del 40 alle quote più basse; i ghiacciai sono arretrati, il 60 per cento dei quasi 5 mila chilometri di piste da sci delle sole Alpi italiane viene innevato artificialmente. Le conseguenze ambientali? L’acqua potabile viene prelevata dagli acquedotti, portata in quota con tubature e al disgelo scaricata a valle provocando l’erosione dei suoli.

«Ben il 12 per cento del turismo mondiale» calcola Pratesi «si riversa ogni anno nelle Alpi europee, una delle ecoregioni da salvare con più alta biodiversità, che ospita 30 mila specie animali e 13 mila vegetali».

Per ora non c’è traccia di una politica che miri a rivedere questo modello di turismo invernale, tenendo conto di criteri e indicatori di sostenibilità ambientale. I dati del rapporto parlano chiaro: nell’ultima stagione sciistica 2005-2006 le Alpi italiane sono state attraversate da 4.693 km di piste da sci da discesa, di cui oltre il 60 per cento innevato artificialmente, da 2.981 km di piste da fondo, di cui 304 innevate artificialmente, da 61 km di piste per snowboard, da 129 cabinovie, 684 seggiovie, 74 funivie, 487 skilift e 84 tapis roulant.

Non va granché meglio altrove. Secondo uno studio del ministero dell’Ambiente del governo Lula, presentato a Brasilia dal ministro Marina Silva, la foresta amazzonica a questo ritmo di deforestazione verrebbe ridotta della metà entro il 2050.

L’Indonesia, che distrugge ogni ora, secondo l’ultimo rapporto Fao, una superficie boschiva pari a 300 campi di calcio, ha siglato con la Cina un contratto per la consegna di 800 mila metri cubi di tronchi destinati alla costruzione dei palazzetti per le Olimpiadi 2008; per lo stesso motivo la Nuova Guinea perderà una porzione della sua foresta vergine.

Una decina di fiumi, alcuni dei quali indispensabili per la sopravvivenza di alcune popolazioni, sono a rischio a causa di cambiamenti climatici, infrastrutture, eccessiva captazione delle acque, inquinamento, sfruttamento della pesca: Nilo, Gange, Indo, Yangtze, Mekong, Salween, Danubio, La Plata, Rio Grande e Murray.

Le fotografie di Global 200 fanno appello al valore estetico della natura e al nostro coinvolgimento morale. Ma ci sono molti altri argomenti convincenti per frenare il degrado. Argomenti spesso non presi in considerazione, tanto che qualche economista ha affermato che l’estinzione di alcune specie non è poi una grande perdita. Per esempio, «l’ambientalista scettico» (secondo la sua stessa definizione) Bjørn Lomborg suggerisce di impiegare il denaro destinato a combattere il riscaldamento del pianeta per altri scopi sociali.

Eppure, la biodiversità è una ricchezza di per sé e come tale ha anche un valore utilitaristico. Secondo quanto scrive il paleontologo Niles Eldredge, l’uomo utilizza normalmente nella vita quotidiana 40 mila specie viventi, senza contare quelle necessarie per lo sviluppo di farmaci e terapie. Le biotecnologie da sole non potranno salvarci: dobbiamo prima scoprire nuove sostanze o nuovi geni in natura, solo dopo potremo eventualmente estrarli, manipolarli e inserirli in un organismo.

In un recente incontro sul riscaldamento globale e il suo impatto sugli ecosistemi, organizzato dall’Istituto veneto di scienze lettere e arti (a Venezia il 14 novembre), è emerso come l’elenco dei «servizi» offerti dalle specie viventi abbia un valore economico immenso. Anche perché ogni fenomeno della biosfera dipende dalla capacità di sopravvivere di altri ecosistemi. Meglio, dunque, imparare a vivere e progredire tenendo conto che le risorse possono esaurirsi. Per evitare, in futuro, di dover ammirare i paradisi della natura solo attraverso le pagine di un libro.

Fonte: www.panorama.it 29 novembre 2007

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