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Per il biofuel è già arrivata la "seconda generazione"

di Andrea Di Stefano

Mentre impazzano le polemiche sui biocarburanti la ricerca corre ed è già pronta ad offrire alcune importanti innovazioni. Il campo d’azione più interessante, indicato anche dall’Unione Europea, è quello dei biofuels di seconda generazione, cioè quelli prodotti da scarti cellulosici invece che direttamente da materie prime di origine agricola. In prima fila in questo campo c’è un ingegnere genovese di 63 anni, Luciano Patorno, che ha brevettato un enzima individuato dall’Università di Purdue, nell’Indiana, per sfruttare le potenzialità dello xilosio, uno dei due zuccheri presenti negli scarti vegetali ad alto contenuto cellulosico. «L’idea è quella di inserire un enzima che è in grado di attaccare gli zuccheri permettendo la produzione di etanolo – spiega Patorno che ha dato vita alla Sipatech, un azienda con sede a Modena – il processo è in grado di portare il rendimento dal 22 al 3536% con un duplice vantaggio: utilizzare biomasse povere, non materie prime agricole, e rendere possibile un processo di bioraffineria con la produzione di altri derivati».
I numeri italiani sono estremamente interessanti, secondo Patorno: «ogni anno vengono prodotti 100 milioni di tonnellate di rifiuti, 40 milioni dei quali sono urbani. Il 35% di questi sono cellulosici, cioè carta, cartone e scarti legnosi, però non riciclabili, quindi stiamo parlando di 14 milioni di tonnellate. Si potrebbe ricavarne, con 30 di questi impianti, 4,8 miliardi di litri di etanolo. Vale a dire il 30% del fabbisogno nazionale, visto che gli italiani consumano ogni anno 16 miliardi di litri di benzina». Sin qui la parte progettuale ma quali sono i tempi per rendere operativa la produzione di etanolo da scarti cellulosici? «Stiamo mettendo in produzione i primi impianti tra Lombardia, Veneto e Lazio – continua Patorno – si tratta prevalentemente di cinquesei realtà produttive con una capacità di circa 10 mila tonnellate ciascuno. L’investimento non è elevatissimo: mediamente per la realizzazione di un impianto da 50 mila tonnellate di capacità siamo intorno ai 20 milioni di euro con un ritorno dell’investimento al di sotto dei tre anni».
Mentre si lavora sullo sviluppo dei biofuels di seconda generazione le grandi multinazionali agroindustriali sono impegnate nella ricerca sulla filiera agricola. La multinazionale anglosvizzera Syngenta ha appena annunciato che l’anno prossimo metterà in vendita negli Stati Uniti una sementa ogm, Corn Amylase, che contiene l’amilasi direttamente dal mais, senza doverlo aggiungere nelle fasi di produzione dell’etanolo. «Quello che siamo riusciti a fare è di poter produrre l’enzima direttamente nel mais migliorando le performance tradizionali di queste coltivazioni – ha sottolineato il ceo di Syngenta Michael Pragnell – di fatto con questo seme riusciamo a eliminare gli scarti che oggi sono pari al 35% delle attuali coltivazioni. Un risultato molto importante anche dal punto di vista ambientale». Ovviamente in Europa la promozione di mais geneticamente modificati destinati a biocombustibili ha provocato immediate reazioni negative: «studiato originariamente per migliorare la produzione di etanolo per autotrazione, il mais della Syngenta contiene un enzima (amilasi) che ne accelera la fermentazione e la cui dannosità per l’organismo umano è altamente probabile, in ogni caso non esclusa dalla documentazione fornita dalla Syngenta sottolineano Verdi Ambiente Società e Federconsumatori il problema è che le industrie biotech, pur avendo dimostrato ampiamente l’incapacità di controllare l’immissione di sementi Ogm nella catena alimentare e nell’ambiente, non vogliono lasciarsi sfuggire l’occasione di guadagno aperta dai biocombustibili e stanno tentando di convincere governi e autorità di controllo dell’innocuità del consumo di prodotti ingegnerizzati per avere un uso industriale e non alimentare.
Noi riteniamo che se le autorizzazioni venissero concesse ne sarebbero avvantaggiate solo le aziende, che otterrebbero così un salvacondotto contro le richieste di danni derivanti dall’inevitabile contaminazione. Il peso delle conseguenze, invece, sarebbe sopportato, come sempre, dalla collettività».

Fonte: www.repubblica.it supplemento Affari&Finanza 18 dicembre 2007

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