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Rifiuti e tumori: la verità tra un anno (forse)

di Gianna Milano e Chiara Palmerini

Tra allarmismi e rassicurazioni, quali i rischi effettivi per la salute? Gli esperti si dividono, ma i dati indicano che un nesso c’è. E uno studio appena avviato in Campania potrà rispondere ai timori di molti.

Anche se sono passati molti giorni e ci siamo ormai quasi assuefatti alle immagini di montagne di rifiuti, di roghi, di proteste, la situazione in Campania non è migliorata. Anzi è peggiorata. A eccezione del centro di Napoli, dove qualcosa si è fatto per sgomberare, in periferia e in provincia la spazzatura arriva ancora ai primi piani delle case. E l’odore è insopportabile. Insomma, a un mese dall’inizio dell’emergenza (il problema è però insoluto da decenni, visto che nessuna efficace politica è mai stata attuata per gestire la raccolta dei rifiuti e lo smaltimento) ogni soluzione appare lontana. In attesa di alternative come la costruzione di impianti inceneritori di ultima generazione, a quali rischi è esposta la salute della popolazione campana?

C’è chi tranquillizza. Come Donato Greco, responsabile per la salute del programma di governo per l’emergenza rifiuti: «Negli ultimi anni non si è registrato alcun aumento dei casi di tumore associato alla presenza di discariche abusive in varie aree territoriali, dove sono risultati presenti anche rifiuti altamente tossici».

Rassicurazioni giungono anche dal Ministero della Salute, secondo cui «non vi sono macroindicatori di particolari danni alla salute attribuibili all’emergenza del momento». E il commissario Gianni De Gennaro, cui spetta il compito di monitorare e valutare le ricadute sulla salute, dalla poltrona di Che tempo che fa, ospite di Fabio Fazio, ha affermato: «Non c’è relazione fra certe patologie e i rifiuti. Informazioni sbagliate».

Due settimane fa anche Umberto Veronesi, sempre nella trasmissione di Fazio, aveva confortato gli italiani. Gli inceneritori? Nessun danno, parola di oncologo. E le centinaia di discariche sul suolo campano, anche quelle non aumentano l’incidenza di malattie come i tumori? Un quesito spinoso e per molti versi ancora da verificare con studi epidemiologici esaustivi. Però l’incertezza è difficile da fare accettare ai non addetti ai lavori, ancor più a chi da anni convive con l’emergenza spazzatura.

«La contrapposizione degli esperti è un déjà vu. Viene da chiedersi perché si sia creato un problema del genere, e perché in Campania. Nel rimpallo delle responsabilità si rischia di falsare la realtà e di darne una visione limitata all’aspetto sanitario, importante sì, ma un epifenomeno» sostiene l’epidemiologo Gianni Tognoni, direttore del NegriSud.

Se nell’immediato le montagne di immondizia ammassata nelle strade possono non costituire un rischio serio per la salute, anche se favoriscono irritazioni, problemi respiratori e infezioni da germi, nel lungo termine le cose sono diverse.

Nelle strade il percolato, il liquame inquinante che si forma con la decomposizione dei rifiuti, può filtrare nel terreno. E una volta che verranno finalmente rimosse le tonnellate di «monnezza» i pericoli non saranno certo azzerati. Nelle discariche abusive non si sa quante e quali sostanze chimiche e tossiche continueranno a contaminare l’ambiente e a filtrare nel suolo fino alle falde acquifere, entrando nella catena alimentare. Né le esalazioni cesseranno di appestare l’aria. Con quali rischi, a lungo andare, per la salute di chi abita nelle zone dove il livello di inquinamento è maggiore?

La complessa somma dei fattori di cui tenere conto per stabilire un rapporto di causa-effetto tra rifiuti e cancro richiede ricerche epidemiologiche lunghe e specifiche.

Lo scorso marzo un rapporto OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) su salute e gestione dei rifiuti ha evidenziato il nesso tra discariche e inceneritori in vari paesi europei, non solo in Italia, e salute della popolazione. I dati raccolti da studi epidemiologici, nonostante i limiti metodologici, indicano una correlazione. «Mancano, tuttavia, dati per valutare e quantificare i tipi di sostanze contenute e quelle rilasciate nell’ambiente» scrivono i ricercatori. Ma fra esposizione a inquinanti ambientali da discariche o inceneritori e sviluppo di tumori un nesso c’è.

In gioco ci sono altri fattori come il contesto, le attività industriali, la densità della popolazione, le condizioni socioeconomiche... «Le patologie del fegato, in Campania più diffuse che altrove, hanno anche un nesso con le condizioni soscioeconomiche. Là dove c’è povertà il contatto con i virus dell’epatite è maggiore, e quando questa diventa cronica aumenta il rischio di neoplasie del fegato» avverte Salvatore Marotta dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE) di Napoli. «Inoltre i tumori al fegato andrebbero distinti istologicamente per capirne meglio le cause». In Campania è particolarmente difficile stabilire l’andamento delle patologie tumorali, visto che esistono solo due registri (a Napoli e Salerno) che tengono il conto dei casi e dei tipi.

È vero che vicino alle discariche l’incidenza di certi tumori è spesso maggiore. Anche attorno alla discarica municipale di Torino, una delle più grandi d’Italia con 700 mila tonnellate di rifiuti solidi annui, l’OMS segnala un incremento significativo di tumori a fegato, vescica, polmone. Il rischio cala man mano che aumenta la distanza dalla discarica.

Va in questa direzione uno studio avviato nel 2004 su mandato della Protezione civile. Scopo: esaminare gli eventuali effetti sulla salute legati allo smaltimento incontrollato dei rifiuti in 196 comuni in provincia di Napoli e Caserta. L’indagine dice che «sono state rilevate numerose associazioni positive e statisticamente significative (cioè non imputabili al caso) fra salute e rifiuti».

Anche nei comuni con maggiore numero di discariche illegali, specie al confine tra le province di Napoli e Caserta, e in alcuni comuni del litorale vesuviano si sono riscontrati una mortalità più alta e un aumento significativo di decessi per alcune forme di tumore, per esempio del fegato e dello stomaco, e una più alta incidenza di malformazioni congenite del sistema nervoso e dell’apparato urogenitale.

Si tratta di una trentina di comuni in cui si muore più che in altri della Campania e in cui, a parità di condizioni, il fattore di rischio aggiuntivo sembra costituito dalle discariche, specie quelle più pericolose per dimensioni, tipo di gestione e rifiuti. Sono dati che si riferiscono al 2001-2002 e parlano di un’esposizione a sostanze tossiche di 10 o anche 20 anni fa: il tempo necessario a un tumore per svilupparsi.

«In alcuni comuni dell’area è in eccesso la mortalità per malattie cardiovascolari e respiratorie, ma anche per queste patologie i dati scientifici riportano il ruolo dell’inquinamento ambientale tra le cause. Non vanno però dimenticati gli stili di vita, le condizioni socioeconomiche, l’efficienza del sistema di cure» precisa Fabrizio Bianchi, epidemiologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR a Pisa (IFC-CNR) tra gli autori dello studio.

Però che cosa avvenga nel frattempo, quali e quanti inquinanti entrino davvero nel corpo della popolazione che risiede in quelle aree, non si sa. Un quadro inquietante viene da un documentario sulla cosiddetta ecomafia presentato al Festival di Torino: Biùtiful cauntri. Si vedono fiumi di rifiuti in discariche abusive e ridotti in liquami, o bruciati; le sostanze tossiche, tra cui la diossina, uccidono gli agnelli e inquinano il latte delle bufale. Del resto, basta parlare con chi abita in quelle zone. Agnese, madre a Nola di un bambino di 5 anni, ha cambiato le sue abitudini alimentari: «Ero golosa di frutta e verdura, ora la mangio solo surgelata. Non compro più latticini. L’acqua solo minerale. Con tutti i pensieri per mio figlio che è piccolo».

E per quanto riguarda gli inceneritori? Il rapporto OMS ricorda che gli impianti sono stati tecnologicamente migliorati dagli anni 60. Quanto alle emissioni inquinanti, sono stati esaminati gli effetti sulla salute: contengono sostanze come diossine che si accumulano nell’organismo, già messe in relazione (dopo l’incidente di Seveso) con tumori dei tessuti molli, sarcoma e linfoma non-Hodgkin, ma anche altri tipi.

«Gli studi epidemiologici dovrebbero definire meglio l’esposizione in termini quantitativi e qualitativi, ma occorrono anni» afferma Benedetto Terracini, direttore scientifico della rivista Epidemiologia & Prevenzione, bimestrale promosso dall'Associazione italiana di epidemologia (http://www.epidemiologia.it/). «Gli effetti dell’esposizione variano a seconda delle caratteristiche dell’impianto (quelli di nuova generazione emettono meno diossina), della localizzazione e del tipo di rifiuti inceneriti».

Relativamente pochi gli studi di buona qualità condotti finora, sempre secondo l’OMS, che valutino l’impatto dei nuovi inceneritori sull’ambiente e i meccanismi di azione indiretti sulla salute. «Bisognerebbe attivare un sistema di sorveglianza basato anche sui ricoveri in ospedale, per avere dati su malattie presenti anziché su decessi. Il commissariato all’emergenza e le Asl campane stanno lavorando in questa direzione» aggiunge Bianchi.

Insomma, ancora troppe le lacune, le incertezze, le domande per cui gli stessi esperti non hanno risposte. Fra un anno dovrebbero essere resi noti i risultati dello Studio Epidemiologico Biomonitoraggio Regione Campania (SEBIOREC). Verrà misurato il livello di diossina, metalli e altre sostanze tossiche nel sangue e nel latte materno di un campione di popolazione (780 persone e 60 donne in allattamento) in 15 comuni campani ritenuti a rischio alto, medio e basso. «Servirà a valutare se il degrado dell’ambiente aumenti l’esposizione a inquinanti pericolosi attraverso l’assorbimento corporeo» dice Bianchi. A quel punto, con informazioni più certe, le autorità sanitarie potranno decidere azioni e priorità. Allarmi o rassicurazioni si baseranno su dati di fatto.

Fonte: www.panorama.it 10 febbraio 2008

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