di Walter Rauhe
Ambiente. Il Reno era uno dei più sporchi d’Europa. L’ha fatto rinascere un’operazione di disinquinamento che include il servizio navetta per salmoni.
Lucci, anguille, pesci siluro, trote, lasche, persino salmoni... Era dal 1908 che nelle acque del Reno non si contavano così tante specie di pesci: 73, tutte commestibili, in un fiume che fino a vent’anni fa, tra i più inquinati d’Europa, era biologicamente morto. Oggi è tornato limpido, i bambini vi fanno il bagno e molte città prelevano acqua potabile.
Un processo di ripulitura spettacolare, tanto più se si considera che il Reno è tutt’altro che un’oasi naturalistica: lungo le sue sponde vivono 50 milioni di persone, e gli 883 km navigabili (su 1.324) sono solcati da chiatte, container e navi cisterna che trasportano petrolio, sostanze chimiche e plastiche, coloranti o diserbanti nei bacini industriali del Nord Europa: da Basilea (industrie farmaceutiche) a Ludwigshafen (stabilimenti chimici), Alsazia (centrali elettriche e nucleari), bacino della Ruhr (miniere di carbone e acciaierie), Rotterdam (complessi petrolchimici), la foce.
La storia della morte e rinascita del Reno inizia nel 1986, con il terribile incendio nei depositi del colosso chimico Sandoz di Basilea. L’impianto non aveva vasche d’emergenza per raccogliere le sostanze tossiche fuoriuscite e i liquidi finirono nel Reno provocando una delle peggiori sciagure ambientali nella storia del fiume, contaminando le acque per centinaia di chilometri e uccidendo ogni forma di vita. Il disastro spinse nello stesso anno i governi di Svizzera, Germania, Francia e Paesi Bassi a varare un programma di recupero del fiume, con la costruzione di centinaia di depuratori innovativi, la rinaturalizzazione di argini e affluenti, la creazione di golene di sfogo per le alluvioni, la nascita di un sistema d’allarme internazionale in caso d’incidenti industriali, fluviali e di fuoriuscita di sostanze inquinanti; e infine la costruzione lungo l’intero percorso di chiuse che permettono ai pesci migratori di superare dighe, centrali elettriche e altre barriere artificiali.
A queste misure, costate finora 400 milioni di euro, si è aggiunto il lento processo di deindustrializzazione che in Europa occidentale ha portato alla chiusura di centinaia di acciaierie e fabbriche, trasferite in aree del pianeta con un costo del lavoro inferiore al nostro. Per il Reno una fortuna, tanto che perfino la pesca commerciale è tornata a essere redditizia.
Non tutti però hanno fatto i loro compiti. La Francia, per esempio, non ha costruito lungo i 160 km di sua competenza le chiuse per i pesci: vasche affiancate una all’altra su diversi livelli che consentono a salmoni e altre specie migratorie, capaci di saltare a 3-4 metri d’altezza, di superare dighe e turbine delle centrali elettriche. Dopo le proteste di ambientalisti e di altri governi, quello di Parigi ha trovato un rimedio provvisorio: il colosso energetico francese Edf ha creato un servizio di navetta per salmoni. I pesci sono raccolti a valle e trasportati su camion muniti di vasche nei tratti di fiume a monte, dove le turbine non possono più triturarli.
Fonte: www.panorama.it 9 marzo 2008 |