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Il buco nell’acqua costa 6 miliardi di euro all'anno

di Daniele Martini

Politica del tubo. Uno studio commissionato dalla Confindustria rivela i risultati disastrosi nella gestione degli acquedotti: 1,4 miliardi di metri cubi persi e una pletora di consiglieri pubblici.

Se fosse una formula matematica si potrebbe enunciare così: le perdite degli acquedotti italiani sono direttamente proporzionali al numero dei consiglieri pubblici pagati per evitarle. Le une e gli altri sono uno sproposito. Uno studio commissionato dall’Assoknowledge della Confindustria, eseguito dalla società di consulenza Kpmg e dalla Marketing University e fornito in esclusiva a Panorama, ha calcolato per la prima volta la dimensione dello spreco, arrivando alla conclusione che le dispersioni d’acqua sono così ingenti (1,4 miliardi di metri cubi all’anno) che, se da un momento all’altro una fata buona le eliminasse tutte con una bacchetta magica, la quantità di liquido che risulterebbe risparmiata sarebbe sufficiente a dar da bere a tre regioni popolose come la Puglia, cioè a 12 milioni di persone, un quinto di tutta la popolazione italiana.

Spesso gli acquedotti perdono anche negli altri paesi avanzati, in media tra il 15 e il 20 per cento dell’acqua immessa nelle tubazioni, ma in Italia il livello dello spreco è superiore di 10 punti percentuali al livello europeo, con punte oltre il 50 in Puglia, dove l’acqua «non fatturata», come dicono eufemisticamente le statistiche ufficiali, è così tanta che sarebbe sufficiente per approvvigionare tutta la provincia di Torino.

Il numero dei consiglieri idrici è commisurato allo spreco. Sulla gestione dell’acqua prolifera una fauna di almeno un migliaio di gestori, una cupola di personaggi spesso scelti in base all’appartenenza politica, seconde e terze file dei partiti. Una popolazione di trombati alle elezioni, gente a fine carriera, frustrati nelle aspirazioni di gloria tacitati con un posto, una poltrona con relativo appannaggio presso la più vicina società di gestione dell’acqua o presso l’Ato di riferimento, acronimo che sta per ambito territoriale ottimale, la dimensione gestionale considerata ideale dagli strateghi idrici di provincia.

Essendo la selezione improntata a questi criteri, e ricordato che le eccezioni lodevoli ci sono sempre, trovare fra i consiglieri qualcuno davvero ferrato nella gestione delle risorse idriche è come sperare di vincere al primo colpo alla roulette. In Italia anche l’acqua, insomma, ha cessato da tempo di essere una risorsa dei cittadini per trasformarsi in una sinecura della politica.

Per moltiplicare gli incarichi e accontentare un po’ tutti i partiti, sono stati costituiti 91 Ato, quasi uno per ogni provincia, anche se gli esperti del ramo dicono che ne basterebbero al massimo una ventina, con una popolazione servita di almeno 3 milioni di abitanti per singolo Ato. Solo così sarebbero sopportabili gli investimenti per le infrastrutture.

I costi di gestione degli Ato vanno da 55 a 60 milioni di euro l’anno, di cui addirittura un quarto (15 milioni circa) se ne va per i consiglieri. Accanto agli Ato ci sono poi le società di gestione con relativi consigli di amministrazione e sindaci di complemento. E spesso a fianco del gestore c’è anche il socio del gestore, e in questo caso i posti possono aumentare e le spese per gli stipendi pure.

Per esempio a Roma nell’Ato 2 si affiancano due soci, il gruppo Acea e il gruppo Suez. Nell’Ato Torinese il gestore Smat va in tandem con l’Aam Torino spa, mentre in Toscana l’Ato dell’Alto Valdarno gestito dalle Nuove acque spa è in simbiosi con il Consorzio Coingas, quello Cigaf e il gruppo Suez.

Solo cinque Ato su 91 hanno indetto una gara trasparente e pubblica per affidare il servizio idrico in gestione, quasi tutti gli altri hanno scelto società pubbliche e vicine, come l’emiliana Hera, la romana Acea, la Cap di Milano, l’Acquedotto pugliese, alcune delle quali quotate in borsa. Più di recente hanno adottato il criterio cosiddetto in house, cioè hanno preferito fare tutto ancora in famiglia, concedendo l’affare dell’acqua a una società figlia, ingenerando così un conflitto di interessi inestricabile nel quale non si capisce chi detta le regole e chi controlla chi. Non c’è da stupirsi che, organizzato su queste basi, il sistema idrico pubblico di gestione, il Sii, altro acronimo inventato dalla politica che sta per Servizio idrico integrato, somigli sempre più alla centesima pezza che condanna la gestione dell’acqua a una mortificante condizione di inefficienza.

Il danno per il sistema Italia di questa manomorta idrico-burocratico-politica è impressionante, dai 4 miliardi e mezzo di euro l’anno ai 6, l’equivalente di una manovra finanziaria del governo: 1 miliardo 600 milioni per l’acqua sprecata con le perdite dei tubi, 3,3 miliardi per gli investimenti non effettuati e quindi per i mancati benefici a favore delle imprese e dell’economia in generale, infine 1,2 miliardi per gli sperperi degli Ato. Cifra che equivale a 66 euro per cittadino, circa un terzo del costo della bolletta di un’utenza residenziale.

In compenso l’acqua costa poco, le tariffe sono quasi ovunque basse (da 0,55 euro a metro cubo di Milano a 0,88 di Roma, a 1,44 della Puglia, esclusa l’iva), ma è una circostanza che non deve ingannare e non può essere motivo di sollievo, perché il vantaggio è solo un’illusione ottica. Alla fine del gioco, in un modo o nell’altro, o con le tasse versate complessivamente ai comuni, dall’Ici alle addizionali Irpef, o con le imposte incassate dallo Stato, è la collettività che paga il conto dell’acqua, inefficienze comprese. E spesso i cittadini sono costretti a pagare anche in termini peggiori, con le file davanti alle autobotti o le interruzioni del servizio che soprattutto d’estate tormentano intere regioni in prevalenza del Sud.

Per riportare all’onor del mondo la gestione idrica sarebbero necessarie modifiche di carattere organizzativo e istituzionale, soprattutto ci vorrebbero investimenti di almeno 55 miliardi di euro, pari a 274 euro per utente. Ma dall’analisi dei programmi degli Ato risulta che gli interventi pianificati sono inferiori fino all’80 per cento rispetto alle esigenze minime, e poi non sempre, anzi quasi mai, gli interventi promessi vengono davvero realizzati. Lo studio confindustriale evidenzia uno scarto fino al 90 per cento tra progetti annunciati ed eseguiti dalle società di gestione, cioè su 10 cose considerate necessarie alla fine se ne fa solo una.

Ci vorrebbero soldi, ma gli enti locali soldi non ne hanno. Potrebbero chiederli alle banche e al sistema finanziario internazionale, ma voi ce la vedete una finanziaria svizzera che in queste condizioni presta quattrini a occhi chiusi ai gestori di certi comuni inquinati dalla malavita?.

Fonte: www.panorama.it 16 marzo 2008

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