di Pino Buongiorno
Falsi miti Speculazioni in borsa, investimenti multimiliardari, profitti record... I carburanti da soia e mais dovevano essere l’alternativa miracolosa alla benzina, la panacea contro il riscaldamento del pianeta. Il rimedio rischia di essere peggiore del male: un solo pieno di etanolo equivale a dar da mangiare a una persona per un anno intero.
Chicago, civico 141 di West Jackson boulevard. Dal 1930 in questo grattacielo art déco, alto 184 metri, ha sede il Chicago Board of Trade, la più importante borsa di contratti future sulle materie prime alimentari. Qui centinaia di intermediari fissano il prezzo del grano, della soia, del mais, del frumento, dell’avena e di altri prodotti agricoli. Ogni giorno è un boom. Ogni giorno è una corsa inarrestabile dei prezzi (oltre il 40 per cento nel 2007 e ancora di più quest’anno), che finisce per impoverire le tavole di tutto il mondo con l’aumento esponenziale del pane, del riso, del latte e della carne.
Ma in questo edificio di 45 piani, in cui campeggia una statua di 9 metri e mezzo della dea Cerere, l’antica divinità romana protettrice delle messi, si può misurare un indice altrettanto devastante. È il tasso di deforestazione in Amazzonia, nella regione di Cordoba in Argentina, Indonesia e Malesia, che è strettamente correlato al fixing dei prodotti alimentari. Si abbattono gli alberi e, al loro posto, avanzano i campi di soia e granoturco, che non servono però per l’alimentazione, ma per generare energia. Energia pulita, si suole dire, perché deriva da fonti rinnovabili. Sono i biocarburanti, propellenti ottenuti da mais, grano, bietola, canna da zucchero, vegetali e altre sostanze organiche.
Fra questi, il 90 per cento della produzione riguarda il bioetanolo: fino a poco tempo fa il Brasile era il leader del mercato, oggi è l’America che spende 7 miliardi di dollari l’anno per sovvenzionare la produzione con gravi distorsioni del mercato. Gli investimenti nel settore sono schizzati in un decennio da 5 a 38 miliardi di dollari e dovrebbero toccare i 100 miliardi nel 2010, grazie a personaggi come il finanziere George Soros e il miliardario inglese Richard Branson e a multinazionali quali General Electric, Bp, Shell e il colosso dell’agricoltura Cargill.
Sembravano questi carburanti l’alternativa miracolosa alla benzina e al diesel, la fine del ricatto petrolifero dell’Opec, la panacea contro l’inquinamento e il riscaldamento del pianeta. Invece gli effetti collaterali della nuova guerra dell’energia fanno ritenere che «la cura è peggiore della malattia», come titola un recentissimo studio dell’Ocse, seppure con un retorico punto interrogativo.
Meno foreste significa il 20 per cento in più di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, con un danno ambientale di enormi proporzioni. «Più piantagioni dedicate ai biocarburanti comportano anche erosione e impoverimento dei suoli sfruttati in modo intensivo, inquinamento delle falde acquifere per l’uso di fertilizzanti e pesticidi, minaccia alla biodiversità» accusa il direttore per strategie e sviluppo dell’ENI, Leonardo Maugeri, autore del saggio Con tutta l’energia possibile. Più campi di granoturco e soia tolti all’alimentazione provocano il rincaro del cibo e la cosiddetta agroinflazione che il mondo sta sperimentando, con milioni di persone affamate, rivolte e morti nei paesi più a rischio.
In un allarmante rapporto la FAO stima che 37 stati del mondo stanno affrontando la crisi alimentare. Le scorte hanno raggiunto il livello più basso dal 1980 e la domanda continua a crescere. Nel 2008 la bolletta cereale nei paesi più poveri aumenterà del 56 per cento, dopo l’incremento del 37 per cento l’anno scorso. La Banca mondiale ha fatto un calcolo da rabbrividire: un solo pieno di etanolo di un suv equivale a dar da mangiare a una persona per un anno intero.
Un altro memorandum dell’ufficio coordinamento degli affari umanitari dell’ONU mostra che, per ogni aumento dell’1 per cento dei prezzi dei prodotti basilari, 16 milioni di persone in più piombano nella cosiddetta «insicurezza alimentare». Questo «significa che 1,2 miliardi di esseri umani potrebbero avere cronicamente fame da qui al 2025: 600 milioni più di quello che si era stimato in precedenza».
Tumulti popolari sono già scoppiati in Messico, Bolivia, Egitto, Marocco, Uzbekistan, Etiopia, Indonesia, Madagascar, Filippine, Guinea e Mauritania. In Camerun 40 persone sono rimaste uccise. L’esercito è stato schierato in Pakistan e Thailandia per evitare i saccheggi. Dopo sanguinose proteste, a Haiti il 12 aprile il governo è stato rimosso d’imperio. Il presidente René Preval, ex agronomo, ha abbassato il prezzo del riso del 16 per cento: percentuale minima, ma tale da fare la differenza tra mangiare e fare la fame per migliaia di famiglie.
Per evitare nuove sommosse, India, Vietnam e Cambogia hanno bloccato o limitato l’export di riso per assicurare l’alimentazione di base ai cittadini. Ma tutto ciò è destinato a provocare un ulteriore rincaro del 30 per cento.
Certo, la spirale dei prezzi non è tutta dovuta solo ai biocarburanti. Pesano anche i 100 dollari e passa del barile di greggio, che colpiscono l’intera catena di valore della produzione del cibo, dai fertilizzanti al trasporto. Gioca un ruolo la nuova dieta in nazioni come Cina e India, dove la borghesia emergente lascia le ciotole di riso per mangiare più carne. Contribuiscono anche i cambiamenti climatici, con pessimi raccolti di frumento soprattutto in Australia, a causa della prolungata siccità. Ma, dicono esperti come Leonardo Maugeri, la causa principale è l’inedita competizione fra cibo e carburanti, con le successive speculazioni in borsa e il rincaro dei prodotti agricoli.
«Da tre anni lanciamo l’allarme contro questa nuova emergenza e la sua pericolosità per la stabilità mondiale» spiega a Panorama Joachim von Braun, direttore del Food Policy Research Institute di Washington. «Solo otto mesi fa abbiamo iniziato a registrare reazioni preoccupate in Europa e America». Il governo inglese è in prima linea nella denuncia dei rischi, ma anche nella ricerca scientifica. Il merito è soprattutto di Robert Watson, consigliere scientifico del premier Gordon Brown, che ha avuto il coraggio di andare controcorrente per abbattere il mito dei biocarburanti, provocando i primi ripensamenti nella Ue e in particolare in Germania, dove all’inizio di aprile è stato decretato un primo stop ai piani di sviluppo dell’etanolo.
Ora l’Agenzia inglese per i propellenti rinnovabili (RFA, Renewable Fuels Association) sta ultimando un’indagine di grande importanza. «A fine giugno consegneremo i risultati» anticipa a Panorama Sue McDougall, che guida la commissione. «La nostra ricerca permetterà al governo di influenzare la politica europea in base alle migliori evidenze scientifiche». Per i ricercatori inglesi non tutti i biocarburanti sono da buttare. Per lo più, lo sono quelli di prima generazione. «Sono in corso ricerche promettenti su quelli di seconda generazione, derivati dalla cellulosa. Presto sapremo se sono sostenibili e non troppo costosi» continua Sue McDougall.
Con due avvertenze. Primo: «Nessuno s’illuda di poter coprire con i biocarburanti l’intera richiesta di energia per il trasporto. Si potrà arrivare massimo al 10 per cento» stima Giuseppe Faita, docente di Chimica Industriale a Milano. Secondo: i biocarburanti non devono mai più derivare da piante usate anche per l’alimentazione. (hanno collaborato alla realizzazione articolo Erika Suban e Simona Tobia)
Fonte: www.panorama.it 20 aprile 2008 |