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Fino all’ultimo pesce

di Franca Roiatti

Risorse. La pesca intensiva, spesso illegale, sta letteralmente svuotando gli oceani: abbiamo ormai esaurito, denunciano gli esperti, il 90 per cento degli stock di molte specie marine.

«Succederà all’improvviso. Un giorno i pescatori getteranno le reti e le riprenderanno vuote. Le attività del settore collasseranno e il pesce diventerà un lusso per pochi». Steve Trent, direttore della Environmental justice foundation (Ejf), organizzazione britannica che si batte per la tutela dell’ambiente, ne è convinto: l’apocalisse blu non è così lontana. «Dagli anni Cinquanta a oggi abbiamo esaurito il 90 per cento degli stock di merluzzo, hulibut e spada» afferma Trent. Sette delle dieci specie più sfruttate, tra cui l’aringa, il tonno rosso e quello a pinne blu o gialle, rischiano di sparire dalle tavole. Ma lo stesso destino, mostrano le impietose statistiche della Fao, grava sul salmone atlantico.

Il mondo mangia troppo pesce e sta svuotando i mari. Nella sola Cina il consumo è sestuplicato negli ultimi 30 anni, l’Unione Europea importa ormai tra il 60 e l’80 per cento del suo fabbisogno. Entro il 2015, prevede la Fao, la quantità di pesce disponibile pro capite diminuirà del 15 per cento. Anche a causa dei devastanti effetti del cambiamento climatico.

L’ultimo rapporto dell’Unep, il programma Onu sull’ambiente, ha un titolo impressionante: «Acque morte». Il surriscaldamento dei mari, sostengono gli esperti, minaccia la sopravvivenza dell’80 per cento delle barriere coralline, che proteggono e nutrono moltissime specie. L’innalzamento della temperatura rischia di rallentare il flusso delle correnti sottomarine fondamentali per garantire la pulizia e la circolazione di larve e organismi di cui si nutrono i pesci. Mentre l’aumento delle emissioni di anidride carbonica inacidisce le acque, compromettendo anche il plancton, alla base della catena alimentare degli oceani.

Ma a inquietare di più ambientalisti e organizzazioni internazionali sono i pirati che pescano di frodo, in zone vietate, senza permessi e usando tecniche distruttive, che gli organismi regionali di tutela hanno bandito o limitato per tentare di preservare il fragile ecosistema marino. «Pescano in periodi proibiti e prendono esemplari giovani che ancora non si sono riprodotti, condannando in questo modo la specie all’estinzione» accusa Carl Gustav Lundin, capo del programma Mare della World conservation union (Iucn). Soprattutto, non rispettano gli accorgimenti per ridurre le catture accidentali, finendo col ferire o ammazzare uccelli, tartarughe, squali e grossi mammiferi marini.

«Ci sono casi di orche deliberatamente uccise per eliminare una scomoda concorrenza» puntualizza il rapporto dell’Ejf, Pirates & Profiteers (Pirati e profittatori).

Al largo dell’Africa le reti gettate per prendere i preziosi gamberi vengono ritirate colme al 90 per cento di altre specie, materiale di scarto da ributtare in acqua con conseguenze imprevedibili per l’ambiente, aggiunge Greenpeace.

Gli scienziati, non sapendo cosa si pesca e dove, non sono in grado di formulare con sufficiente accuratezza le statistiche sugli stock ittici, ed è più probabile che alcuni tipi di pesci vengano cancellati per mancanza di regolamentazione.

La World conservation union stima che il giro d’affari delle attività illegali superi i 9,5 miliardi di dollari all’anno, circa il 14 per cento del valore globale della pesca. Un terzo delle razzie avviene al di fuori delle zone di sfruttamento degli stati costieri. «In mare aperto la pesca non è affatto ben regolata» prosegue Lundin «e anche quando le norme esistono sono spesso complesse. Rispettarle e farle rispettare è costoso, ci sono tanti modi per aggirarle».

Il più semplice è battere bandiera di comodo, un diritto che si compra pagando poche centinaia di euro a uno tra gli stati noti per non preoccuparsi delle attività della «propria» flotta. Tra questi Panama, Togo, Belize e perfino la Mongolia, che non ha sbocchi al mare.

Si tratta di navi spesso appartenenti a società di facciata che restano in mare per anni costringendo gli equipaggi a condizioni disumane e stoccando il pesce in stive luride, che sfuggono a qualsiasi controllo sanitario. I carichi vengono trasferiti in alto mare su altre barche o scaricati in porti compiacenti. «Quello da dove passa la maggior parte del pesce diretto in Europa è Las Palmas, alle Canarie» accusa l’economista Loretta Napoleoni nel suo ultimo libro Economia canaglia. «È in posizione strategica, vicinissimo alle pescose coste dell’Africa occidentale».

La pesca sovrabbondante legale e illegale in quello specchio di Atlantico sta causando danni notevoli. Soprattutto alle debolissime economie locali, che a causa della pirateria perdono ogni anno almeno 1 miliardo di dollari. Greenpeace ed Ejf durante un monitoraggio durato circa un mese hanno contato una cinquantina di pescherecci coinvolti in attività illegali al largo della Guinea. Molti si spingono fino a 4 miglia dalla costa, area dove tradizionalmente pescano gli abitanti degli stati costieri. O meglio pescavano, visto che negli ultimi trent’anni la quantità di pesce delle acque africane si è dimezzata.

Flotte europee, cinesi e giapponesi da tempo operano al largo di Senegal e Mauritania grazie ad accordi con i governi locali, e grazie a sussidi dei propri governi. «È un paradosso perverso» osserva amaro Lundin. «L’Ue paga i suoi pescatori per uscire in mare a distruggere le risorse e, nonostante ciò, i pescherecci operano in perdita e spesso pescano più del consentito per recuperare le spese».

Il Wwf punta il dito anche contro le navi che setacciano il Mediterraneo a caccia del tonno rosso. Sono turche, italiane, croate, libiche, spagnole e francesi e hanno una capacità di cattura doppia rispetto alla quota fissata dalla commissione internazionale per la conservazione del tonno atlantico, tre volte e mezzo quella consigliata dagli scienziati per evitare il collasso della specie.

Si riuscirà a mettere un freno a questa rapina del mare? David Doulman della Fao si dice «moderatamente ottimista. L’Ue vuole inasprire le norme imponendo rigidi sistemi di certificazioni sulla provenienza del pesce e sempre più ristoranti e supermercati nel mondo si stanno muovendo in quella direzione. Ci sono anche accordi sulla gestione delle risorse marine come quello sull’Antartide che stanno dando buoni risultati».

Decisamente più pessimista Matthew Gianni, ex pescatore da anni consulente per le associazioni di tutela dell’ambiente, che traccia i contorni di un’altra emergenza: i danni agli ecosistemi delle acque profonde, che secondo alcune stime potrebbero ospitare fino a 100 milioni di specie, molte ancora sconosciute.

«L’esaurimento degli stock lungo le coste ha spinto i pescatori ad avventurarsi lungo il margine continentale, per catturare specie che vivono a oltre 200 metri di profondità, come i granatieri e il pesce specchio. Estremamente vulnerabili, perché vivono a lungo, fino a 150 anni, ma si riproducono poco e tardi» spiega Gianni. «Il risultato è che molte popolazioni vengono pescate fino a estinguerle». Per queste attività si usano reti a strascico che grattano i fondali ricchi di coralli e campi di spugne, «che impiegano anche centinaia di anni a riformarsi» conclude Gianni.

La soluzione per soddisfare la crescente domanda di pesce è, secondo molti esperti, l’acquacoltura. Ma potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Per ingrassare un tonno ci vogliono 20 chili di altro pesce.

Fonte: www.panorama.it 23 marzo 2008

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