di Daniela Mattalia e Gianna Milano
Diossina & C. L’allarme sulla mozzarella di bufala non è un caso isolato. Nel menù quotidiano si nascondono pesticidi, fitofarmaci, metalli pesanti, ormoni, antibiotici.. E i quantitativi sono sempre più vicini alle soglie di rischio.
Si può sostenere, con ragionevole tranquillità, che la situazione è sotto controllo, che l’emergenza diossina è finita? In realtà, anche se è scattato il monitoraggio per le mozzarelle di bufala nelle aree prioritarie di Caserta, Napoli e Avellino, bisogna concludere che la diossina, quando la si va a cercare, negli alimenti c’è. Non solo in latte e prodotti caseari, anche in pesce, carne, oli, uova, verdure.
Secondo un’indagine sulla popolazione italiana, condotta da Istituto Mario Negri, Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Istituto Nazionale per la Nutrizione (INRAM), la concentrazione nella dieta quotidiana dei composti chimici della famiglia delle diossine oscilla tra i 2 e i 3 picogrammi (o pg) per kg di peso corporeo. «E la dose tollerabile giornaliera, entro cui non si hanno eventi avversi per la salute, stabilita dall’OMS e adottata dalla Ue, è di 2» ricorda Elena Fattore, che ha condotto la ricerca al Mario Negri. In altre parole, siamo vicini alla soglia del rischio.
Anche nel 2002 scattò un allarme diossina nella zona fra Caserta e Napoli. «La magistratura ci affidò la perizia e rilevammo una correlazione tra contaminazione delle mozzarelle di bufala e foraggi. Ma poi non si presero provvedimenti drastici» afferma Roberto Fanelli del Mario Negri. «Peggio di tutti stavano le pecore che pascolavano tra le discariche: in qualche pecorino trovammo fino a 60 pg di diossina per grammo di grasso».
Secondo i limiti dell’OMS, nei prodotti caseari non devono esserci più di 3 pg per grammo di grasso e non si possono superare i 6 per la somma di diossina e simili; ed esiste un piano nazionale per rilevare i residui chimici tossici che prevede un certo numero di prelievi e analisi sui prodotti. «Ma prelievi e test non sono obbligatori e quelli fatti non garantiscono la copertura del territorio nazionale. Le grandi aziende fanno autocontrolli, le piccole no, anche perché sono esami costosi» dice Stefano Raccanelli del laboratorio diossine Inca, consorzio interuniversitario nazionale chimica per l’ambiente.
Nel 2007, come segnala Il Salvagente (settimanale per i consumatori), su 83 mila prodotti alimentari sottoposti a test dalle autorità sanitarie campane solo 25 campioni di latte di bufala e ovini per produrre mozzarelle e formaggi sono stati sottoposti ad analisi sulla diossina: 8 soltanto avevano concentrazioni superiori ai limiti di legge. Nel 2003 i campioni analizzati furono 317 e i positivi 61; nel 2005 su 75 analisi 3 superavano la soglia consentita; nel 2006 su 48 lo erano 4.
Quest’anno, in base al piano triennale straordinario di sorveglianza della contaminazione di diossina, i campioni da analizzare saliranno a 120; e per la prima volta verranno testati i vegetali. Le diossine si accumulano nei grassi, e cavoli, carciofi e zucchine hanno una consistente massa grassa.
Tra gli alimenti, pesce e molluschi sono quelli che ne trattengono di più. Un’indagine dell’Università di Siena (citata nel rapporto WWF «Svelénati») ha monitorato i valori medi di diossine e simili (Pcb) in alcuni prodotti alimentari e ittici, misurandoli in picogrammi di «tossicità equivalente» (Teq). Un chilo di pesce spada ne può contenere da 1.470 a 1.660; la dose settimanale tollerabile, per un uomo di 80 kg, è 1.120 pg (700 per una donna di 50 kg). Un chilo di nasello va da 360 a 950 pg, la carne da 20 a 350, latte e formaggi da 60 a 500. «Sono valori non allarmanti ma significativi per chi consuma molti prodotti di origine animale» avverte Gianluca Tognon, biologo e nutrizionista al CSPO (Centro per lo Studio e la Prevenzione Oncologica di Firenze). «Attenzione anche a bambini e adolescenti, la cui sensibilità a queste sostanze è più alta perché in sviluppo, e la diossina, anche a piccole dosi, si accumula e interferisce con i processi di maturazione sessuale».
La diossima è solo uno dei tanti veleni quotidiani. In Italia sono usate ogni anno 150 mila tonnellate di pesticidi. Alla fine, quanta chimica mangiamo? Gli ultimi dati dell’ONR(Osservatorio Nazionale Residui), non giustificano allarmi. I risultati di 91 mila analisi su frutta e verdura, per cercare tracce di 167 sostanze fitosanitarie, indicano che gran parte dei campioni è «regolare»: il 55,8 per cento non è contaminato, il resto ha pesticidi sotto i limiti di legge. «Solo nel 6,4 per cento dei casi c’erano residui oltre la soglia» precisa Gian Pietro Molinari dell’ONR.
Più o meno nella stessa direzione va il dossier 2007 sui pesticidi di Legambiente. Su 10.493 prodotti, l’1,3 per cento supera i limiti di concentrazione consentiti. Peggio la frutta della verdura. Su 253 campioni di uva, 117 (il 46 per cento) hanno più di un residuo; tra le mele, è incontaminato solo il 39 per cento.
Un’altra indagine di Altroconsumo, su 89 campioni di frutta e verdura, dice che 9 prodotti avevano residui oltre i limiti, altri 9 contenevano più di quattro pesticidi. Valori che non mettono a rischio la salute, anche mangiando 500 grammi di frutta e verdura al giorno. «I limiti per i residui sono però calcolati per un adulto» nota Franca Braga, supervisore indagini alimentari di Altroconsumo. «Non valgono per i bambini, che ne assorbono di più in rapporto al peso».
Diossine, pesticidi e metalli pesanti si accumulano nel pesce. Uno studio dell’UNEP (United Nations Environment Programme) informa che nel Mediterraneo 9.400 industrie di 21 paesi scaricano ogni anno 900 mila tonnellate di fosforo, 200 milioni di tonnellate di azoto, 85 mila di metalli pesanti. Esperti del WWF hanno svolto un’indagine sul pesce spada, nelle acque di Calabria e Sicilia, trovando tracce di pesticidi e ritardanti di fiamma, anche se in quantità ridotte, senza rischi immediati per la salute.
Passando dal pesce alla bistecca, un altro spauracchio sono gli ormoni. Dal 1994 in Italia, in base al piano residui dell’Unione Europea, si conducono analisi annuali negli allevamenti per individuare ormoni che aumentano la massa muscolare (meno grassi e più proteine). Ammessi negli Stati Uniti, non in Europa (tanto da innescare rappresaglie di tipo commerciale). «I campioni positivi ai controlli sono inferiori all’1 per cento» informa Agostino Macrì del dipartimento animale e alimentare dell’ISS. «Le analisi sono fatte su sangue e urina, nella carne gli ormoni non lasciano residui. La loro presenza è individuabile in modo indiretto, perché causano alterazioni tipiche. Tanto che alcune catene di distribuzione pretendono che le loro carni vengano da animali senza queste lesioni».
«Non c’è laboratorio che sappia distinguere tra carne con ormoni o senza» aggiunge Silvia Franceschi, epidemiologa. «Pericoli per la salute? In realtà no, perché nel prodotto finale non ce n’è più traccia. La decisione Ue di vietare carne argentina e americana con gli ormoni è di tipo protezionistico a favore del prodotto europeo».
Nell’elenco dei dubbi su che cosa alla fine mangiamo non vanno tralasciati gli antibiotici somministrati a bovini e pollame. Purché approvati dall’EMEA (European Medicines Agency) entro i limiti consentiti, dopo una visita che accerti la malattia. Ma difficilmente avviene così. Gli antibiotici sono dati a scopo preventivo, per evitare malattie in allevamenti sovraffollati e aumentarne la velocità di ingrasso. Molti di questi farmaci sono gli stessi che usiamo noi. Il risultato? Aumenta la resistenza umana agli antibiotici, ormai diventata una minaccia mondiale.
Ma il vero allarme è sulle importazioni
di Anna Maria Angelone
Anticipazioni. Nel 2007 in Europa sono saliti i casi di prodotti pericolosi: l’8,3 per cento più dell’anno prima.
Coloranti nelle spezie da cucina, additivi nei crostacei, benzene nelle bevande analcoliche, salmonella nei mangimi animali, residui di antibiotici nei formaggi... Sul tavolo dell’Ue non c’è solo l’affaire della mozzarella di bufala campana con sospetto di diossina, ma tanti altri piccoli e grandi allarmi. Panorama anticipa parte dei dati 2007 (in fase di elaborazione), i casi di prodotti agroalimentari segnalati «a rischio» al cordone di sicurezza alimentare dell’Ue salgono a 7.139: l’8,3 per cento in più dell’anno precedente. E, per 953 di questi, è scattato il livello massimo di attenzione: quello che prevede un intervento rapido e l’eventuale ritiro della merce contaminata dal mercato.
Anche gli episodi di salmonella comunicati dai vari paesi a Bruxelles nel 2007 salgono a 275 (135 quelli più gravi) e i casi di diossina a 30. L’ultimo in ordine di tempo è emerso in questi giorni, quando uno studio condotto dall’Università di Liegi, Anversa e Gand ha rivelato che le uova di gallina allevate all’aperto in Belgio contengono un livello di diossina da tre a cinque volte il massimo consentito, con ogni probabilità a causa dell’inquinamento del suolo. Nel 2006 i casi di diossina erano stati 17 (10 su mangimi e 7 su alimenti).
Fra questi, un incidente serio quanto quello della mozzarella di bufala campana era scoppiato in allevamenti di pollame portoghesi: la contaminazione aveva origine dai trucioli usati come base delle gabbie, provenienti dal legname bruciato delle foreste.
Gli allarmi più frequenti riguardano le micotossine. Solo nel 2006, a livello Ue, sono stati segnalati 874 casi: 802 riguardavano aflatossine. Nella lista degli alimenti tossici si trova un po’ di tutto. In 276 occasioni l’allarme è scattato per i pistacchi, soprattutto quelli provenienti dall’Iran (l’Ue ne importa da questo paese circa 30-35 mila tonnellate l’anno). Frequente anche la presenza di aflatossine in noccioline e prodotti derivati (257 casi), importati per lo più da Cina e Argentina. Preoccupante la forte crescita di aflatossine sui prodotti dalla Turchia: da 83 casi nel 2004 a 163 nel 2006. Di questi, 85 riguardavano nocciole e prodotti derivati, altri 54 i fichi secchi. Il fenomeno è in aumento anche per le mandorle, soprattutto dagli Usa.
Altra categoria a rischio, erbe e spezie: 38 le contaminazioni oltre il limite massimo consentito dall’Ue (15 solo dall’India) trovate nel chili, nella polvere da kebab, paprika e ginger. Fra i settori più colpiti, pesci, crostacei e molluschi. Nel 2006 i casi di eccesso di idrocarburo aromatico policiclico (come per esempio il benzopirene che si trova nei pesci essiccati o affumicati) sono stati 40 (il numero più alto riguardava quelli lettoni). Altri 71 allarmi hanno rilevato un eccesso di mercurio; in vetta alla classifica, in questo caso, il pesce dall’Indonesia.
Resta alta la guardia sul fronte Cina. Nel 2006 quasi la metà delle 6.840 contaminazioni totali riguardava merci agroalimentari importate da paesi extra Ue e, al primo posto, c’era appunto la Cina con 263 casi. Nel 2007 questi salgono a 352. «Ciò dimostra che le ispezioni alle frontiere e il sistema d’allarme rapido di cui l’Ue si è dotata funzionano bene» commenta Paola Testori Coggi, direttore generale della sicurezza alimentare a Bruxelles. «Va sottolineato che i casi di contaminazione registrati ogni anno vengono scoperti grazie ai controlli che sono sempre più efficaci e severi. E, nel complesso, i cibi che finiscono nel nostro piatto sono più sicuri di un tempo anche perché il meccanismo consente di bloccare subito un prodotto a rischio e di intervenire alla fonte».
L’allarme sulle merci cinesi è scattato spesso (30 i casi denunciati nel 2006) per la presenza di ammine aromatiche primarie: sostanze, classificate come cancerogene, che possono ritrovarsi nei materiali da imballaggio a contatto con gli alimenti. Ma, qui, la contaminazione ha origine dagli utensili da cucina in nylon usati in Cina. Sempre da Pechino sono giunti mangimi per animali contenenti zinco solfato contaminato con alte quantità di cadmio: ne sono rimasti infettati 1.500 allevamenti francesi e un buon numero di fattorie in Belgio.
Fonte: www.panorama 6 aprile 2008
|