di Luca Sciortino
Ambiente L’emergenza rifiuti (a Napoli ma non solo) può essere risolta puntando su nuove tecnologie per eliminarli: gli impianti di gassificazione e di gestione anaerobica. In Italia le conoscenze per costruirli ci sono. Serve un sì politico.
Secondo i propositi del prossimo governo, è arrivato il momento di risolvere in modo razionale il problema dei rifiuti nelle regioni dove sono un’emergenza. Una soluzione duratura impone di adottare le tecnologie più innovative e meno inquinanti, rinunciando a gestire solo l’emergenza, a cercare sempre nuove discariche. Al momento in Italia sono in funzione una cinquantina di inceneritori, concentrati per lo più al Nord, con un viavai incessante di mezzi inquinanti che trasportano rifiuti da una regione a un’altra. Per fortuna le leggi in vigore permettono un salto di qualità: l’ultima Finanziaria contiene agevolazioni per costruire anche piccoli impianti di smaltimento, adatti alle esigenze di circa 100 mila abitanti.
Inoltre, oggi esiste una valida alternativa tecnologica ai termovalorizzatori: si chiamano impianti di gassificazione e di digestione anaerobica.
I primi, già sperimentati in Oriente (38 sono attivi in Giappone), decompongono i rifiuti termochimicamente a elevate temperature, dando come prodotti finali gas combustibile e scorie solide vetrificate. «Possono essere costruiti in un anno e mezzo contro i 6-8 anni degli inceneritori esistenti» spiega Lucio Colla, ingegnere e consulente ambientale. «Inoltre le procedure di valutazione di impatto ambientale sono meno complicate e hanno forti vantaggi in termini di efficienza e capacità di abbattere sostanze inquinanti come diossine e polveri». «Paragonato a ogni altro processo di termovalorizzazione, il gas di sintesi dei nuovi impianti, una miscela di monossido di carbonio e idrogeno, brucia in maniera più efficiente e con emissioni molto ridotte nell’atmosfera; può anche essere trasportato nelle città, attraverso le reti di distribuzione esistenti per metano e gas da cucina» aggiunge Giancarlo Longhi, direttore del Conai, consorzio sulla gestione dei rifiuti.
Gli impianti di digestione anaerobica sono invece da preferire per smaltire i rifiuti organici (alimenti, scarti agricoli e simili). Sfruttano i microrganismi presenti nei rifiuti per produrre metano che poi convertono in energia elettrica utilizzata per far funzionare l’impianto stesso e ceduta alla rete. Non producono odori e l’impatto ambientale è bassissimo.
Molte piccole imprese del Nord Italia usano già tecniche di gassificazione per purificare i metalli dal materiale organico, un’attività nella quale eccellono in Europa. Queste tecnologie dovrebbero solo subire modifiche di poco conto per essere applicate allo smaltimento dei rifiuti. Quindi basterebbe avviare politiche che sfruttino queste competenze locali secondo il principio di prossimità: una rete di gassificatori di dimensioni ridotte, distribuiti omogeneamente sul territorio italiano e capaci di smaltire i rifiuti di piccole popolazioni e di produrre energia per il loro fabbisogno. Evitando così il «turismo» dei rifiuti fra regioni.
«Le opportunità che derivano dalla Finanziaria non sono state comprese appieno, neppure a livello politico, a parte poche eccezioni: Forlì ha già chiesto autorizzazioni per costruire un gassificatore che recupera energia da biomasse agricole; in Sardegna è stata assegnata una gara di concessione per costruire impianti di questo tipo» informa Colla.
Panorama ha chiesto l’opinione degli assessori competenti della Regione Lombardia. Massimo Buscemi, assessore alle Reti, servizi di pubblica utilità e sviluppo sostenibile della Regione Lombardia, affida a un tecnico la risposta: «I gassificatori sono senz’altro il futuro, di sicuro le imprese italiane potrebbero fare molto bene in questo campo. Ma un passo in questa direzione è prematuro: abbiamo bisogno di maggiore ricerca e di modificare le tecniche di selezione dei rifiuti. Inoltre installare un gassificatore aprirebbe forse problemi enormi con i comuni».
Non è della stessa opinione Colla: «Il processo di gassificazione è conosciuto e viene sperimentato da lungo tempo. I politici devono trovare la volontà di utilizzarlo. Viene già usato perfino in aree tecnologicamente arretrate, in Africa, per generare corrente elettrica». Inoltre, un gassificatore non richiede alcun accorgimento in più rispetto a un inceneritore tradizionale: «Ci sono solo tre caratteristiche da controllare: umidità, dimensione del materiale e quantità di carbonio. Le prime due possono essere ottenute a piacimento con macchinari che fanno parte dell’impianto. La quantità di carbonio non costituisce un problema perché, a seconda delle necessità, è possibile aumentare o diminuire l’ammontare totale di rifiuti immessi nel gassificatore, in modo da ottenere la quantità di calore ottimale per il funzionamento della macchina».
Che il principio di prossimità sia applicabile in Italia lo dimostra l’esempio di una società consortile della Campania: l’Amra, di cui sono soci le cinque università campane, l’INGV-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il CNR e la Stazione zoologica di Napoli. Umberto Arena, professore di ingegneria chimica alla Seconda Università di Napoli, dice: «Usando un gassificatore pilota, progettato e gestito solo per attività di ricerca, e utilizzando le competenze gestionali delle imprese locali, stiamo studiando il processo con diversi combustibili alternativi (biomasse e scarti di riciclaggio). L’obiettivo è definire le condizioni più sostenibili dal punto di vista economico e ambientale». Questo servirà anche alla nascita di una coscienza nel mondo delle imprese. Prima di passare alla costruzione dei gassificatori.
Fonte: www.panorama 4 maggio 2008
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