Translate in English
Formazione Progetti
Agevolazioni Cultura/Eventi
Previdenza Donazioni
Eco-nomia ADUSBEF

enerpoint

Bruciare rifiuti senza inquinare ecco i nuovi additivi antidiossina

di Luigi Dell'Aglio

«Per prevenire l’inquinamento da diossina, bisogna studiare la chimica dalle fondamenta ma alcune regole possono già essere applicate, nelle acciaierie, negli inceneritori e nelle centrali termoelettriche, i settori a rischio. E’ fondamentale garantire il più rigoroso controllo della combustione e delle emissioni. La fase più critica, da sorvegliare scrupolosamente, è il raffreddamento dei fumi: solo se è compiuto molto rapidamente, si previene la formazione delle diossine». A parlare è Pietro Tundo, presidente del Consorzio Interuniversitario Nazionale "Chimica per ’Ambiente" (INCA), al quale aderiscono più di trenta università italiane con complessive novanta unità di ricerca.

Tundo, ordinario di chimica organica all’università di Venezia (http://venus.unive.it/scienzeambientali/), si è dedicato vista l’emergenza Campania allo studio della combustione dei rifiuti, ed è giunto ad una prima conclusione non del tutto rassicurante: «Sicuramente può produrre diossina un inceneritore di rifiuti non del tutto efficiente. Sono essenziali i sistemi di abbattimento sia delle polveri che dei microinquinanti, e il campionamento continuo».

Le diossine, sottoprodotto micidiale delle attività che contemplano la combustione, si misurano in unità piccolissime. I due laboratori del Consorzio, uno a Marghera e l’altro a Lecce, sono in grado di scoprirne la presenza anche in femtogrammi, cioè in milionesimi di miliardesimo di grammo. Eseguono analisi sugli alimenti (tra cui le mozzarelle campane) e sulle emissioni delle fabbriche.

«Esistono varie tecnologie capaci di fronteggiare e sconfiggere la diossina», spiega Tundo. «Intanto, per non produrla occorre usare nei processi produttivi molecole intrinsecamente sicure, che a nessuna condizione, per nessuna trasformazione chimica, possano diventare tossiche e produrre diossina». Fra queste molecole assolutamente virtuose da usare come reagente, la principale è il dimetilcarbonato, derivato dall’anidride carbonica. Può sostituire un gran numero di molecole pericolose come il fosgene e il dimetilsolfato. In teoria tutti i processi industriali ad alta temperatura contenenti cloro possono dar luogo a diossine; quelli che non lo contengono sono intrinsecamente sicuri.

«L’importante è usare nelle lavorazioni chimiche più a rischio, compresa la combustione, prodotti sicuri come il dimetilcarbonato, frutto di una sintesi che esclude il cloro, è considerato tanto sicuro da essere usato come solvente nelle batterie dei telefoni cellulari. Ha dato il nome alla chimica verde, detta anche "chimica del dimetilcarbonato", e sta aprendo la strada a moltissimi altri derivati non tossici».

Gli uretani e i poliuretani molto diffusi nelle case in passato venivano sintetizzati attraverso il temibile gas fosgene. Ora, per mezzo del dimetilcarbonato, sono un prodotto della chimica verde. Profumi, detersivi, solventi e altri prodotti per la casa oggi non producono diossina perché hanno scelto di usare nei vari processi produttivi il dimetilcarbonato, abbandonando per sempre quella del dimetilsolfato. Tra le molecole virtuose, un posto di prima fila spetta ai fluidi supercritici. Il risultato sono solventi non tossici impiegati nelle vernici.

Non generano diossina i prodotti che partono dalle fonti rinnovabili: biodiesel, olio di colza, olio di girasole. Oggi viene prodotto in grande quantità l’olio di cocco: se ne ricavano alcooli grassi utilizzati nei tensioattivi (le molecole che accrescono la capacità di penetrazione del detersivo nei punti altrimenti difficili da raggiungere). In alcuni tensioattivi di origine naturale, alcooli grassi provenienti dalla noce di cocco vengono accoppiati con lo zucchero. E si ottengono saponi sicuri al cento per cento. «Anche il sapone potrebbe contenere diossina», sottolinea Tundo. «Dipende dal processo industriale con cui viene fatto. Tutti i prodotti dovranno essere sottoposti a severissimi test di biotossicità ed ecotossicità».

Quanto ai siti in cui si è creata una forte concentrazione di diossina vanno bonificati totalmente, e anche qui l’equipe di Tundo ha stilato un memorandum. Va rimosso un intero strato di terreno (di uno spessore che varia da mezzo metro a un metro) per essere collocato in sarcofagi sigillati o sistemato a pagamento in una discarica specializzata. E’ la decontaminazione meccanica o fisica.

Efficace quella chimica: numerosi processi per rendere inattive per via chimica le molecole tossiche sono stati brevettati in Usa, Europa e Giappone (riduzione, ossidazione, sostituzione nucleofila). Quando si scopre un inquinamento da diossina, prima di stabilire come intervenire si valuta l’entità della contaminazione e anche la futura destinazione del sito. Conta molto se sul terreno bonificato sorgeranno capannoni industriali o nuove abitazioni, situazione che evidentemente postula la decontaminazione più radicale, ottenibile anche con la "Bioremediation" per mezzo di batteri o soprattutto lombrichi che mangiano il terreno e, nella loro parte grassa, assorbono la diossina.

La vigilanza antidiossina va estesa ai Pcb (policlorobifenili), componenti aromatici contenenti cloro che della diossina hanno gli stessi effetti. Si ritrovano tuttora in molti manufatti industriali, dai trasformatori elettrici agli olii lubrificanti, agli inchiostri. E in molti terreni e fondali marittimi, se non si interviene le particelle di Pcb non si decomporranno e resteranno in loco per secoli.

Fonte: www.repubblica.it supplemento Affari&Finanza 19 magggio 2008

Copyright © ALAGOAS | Credits: ImmaginaWEB