di Luca Pagni
Dalla terraferma non si vede. Eppure il megaimpianto che da un paio di settimane è ancorato a 17 chilometri al largo del Delta del Po, è un gigante d’acciaio e cemento grande come due stadi di San Siro. Ma non è poi così difficile rendere invisibile un "mostro" da 290mila tonnellate di peso, lungo 180 metri, largo 88 e alto 47: basta piazzarlo oltre il raggio di curvatura terrestre, in modo che il panorama dalla costa resti immutato. Un’idea nata dieci anni fa, quando Adriatic Lng, la jont venture tra ExxonMobil (45%), Qatar Petroleum (45%) ed Edison (10%) diedero il via all’operazione per la realizzazione in provincia di Rovigo del primo rigassificatore off shore del mondo, capace di lavorare fino a 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Lontano dagli occhi, per limitare al minimo le proteste dei comitati locali e l’impatto ambientale.
Si tratta della seconda infrastruttura di questo tipo realizzata in Italia, che viene a colmare un buco di 40 anni; tanto è passato da quando Eni costruì il rigassificatore di Panigaglia, nel golfo di La Spezia la cui capacità è di 3 miliardi di metri cubi. Non solo: alle spalle dell’impianto di Rovigo che sarà operativo a pieno regime soltanto dalla prossima primavera premono almeno un’altra dozzina di progetti simili, che potrebbero trasformare l’Italia in un "hub" per l’approvvigionamento di gas metano di tutta l’Europa, dove stanno venendo meno le forniture dal Mare del Nord. E che vedono protagonisti i più importanti colossi energetici del Vecchio Continente, dai tedeschi di E.On ai francesi di SuezGaz de France fino agli inglesi di British Gas.
Ma quanti di questi progetti arriveranno alla fine? Secondo gli esperti non ne sopravviveranno più della metà. Perché non ci sono solo difficoltà burocratiche, ricorsi al Tar dei comitati locali e imprevisti tecnici. Ne sanno qualcosa quelli di Adriatic Lng. Per costruirlo ci sono voluti più di due anni di lavoro e per trovare un bacino dalle dimensioni adatte si è dovuti andare fin sotto la rocca di Gibilterra, nella baia di Algeciras: da qui è stato trainato da quattro rimorchiatori d’alto bordo fino all’Adriatico del nord, una crociera durata 17 giorni per il Mediterraneo. Non solo: il costo finale è più che raddoppiato rispetto al preventivo iniziale complice il prezzo del greggio schizzato oltre 100 dollari e il boom delle materie prime arrivando alla somma finale di 2 miliardi di euro. Una brutta botta per ExxonMobil: il colosso petrolifero americano si è accollato tutti i costi, e Qatar Petroleum (la società di stato dell’Emirato di Doha) ha confermato la fornitura di gas nonostante il prezzo fosse stato, di fatto, congelato ai livelli di tre anni fa. A tutto vantaggio di Edison, che per contratto compra il gas dal Golfo e lo rivende sul mercato italiano.
A non far naufragare il progetto sono intervenuti fattori geopolitici, come ha spiegato l’ambasciatore Usa in Italia, Ronald Spogli, non a caso intervenuto la settimana scorsa alla cerimonia di inaugurazione del rigassificatore di Rovigo: «Non bisogna mettere tutte le uova in un solo paniere», ha commentato il diplomatico nello spiegare perché Washington ha sempre appoggiato il progetto. «Per fare in modo che l’Italia non dipenda da un solo fornitore di gas», ha chiosato Spogli riferendosi ovviamente al fatto che il 70% del metano arriva in Italia dalla Russia (il resto dall’Algeria e dal Mare del Nord). Una sfida che coinvolge anche l’Eni, fino ad oggi protagonista quasi assoluto delle importazioni di metano in Italia.
La chiave per capire il boom di progetti di rigassificatori in Italia è proprio questa: offrire un’alternativa all’Europa al gas siberiano e algerino. Con questo tipo di impianti, le forniture non arrivano più attraverso i gasdotti, ma via nave. Nel caso di Rovigo, il gas estratto dai giacimenti nel Golfo Persico (il Qatar possiede la terza riserva al mondo di metano) viene congelato a 136 gradi e in questo modo il volume ridotto fino a 600 volte. Viene poi stivato nelle navi e trasportato fino al rigassificatore: qui, usando l’acqua di mare e la differenza di temperatura viene riportato allo stato gassoso. Un sistema complessivamente più costoso dei gasdotti, ma che è diventato conveniente con il recente balzo del prezzo degli idrocarburi.
Inoltre, c’è da tener conto che i giacimenti del mare del Nord si stanno via via esaurendo e la richiesta di gas in Europa si mantiene alta. Ecco spiegato tenuto conto della posizione geografica dell’Italia che viene vista come una piattaforma naturale in mezzo al mediterraneo il motivo di tanti progetti che si stanno affollando lungo le coste del nostro paese.
Una cosa è certa, sempre secondo gli addetti ai lavori, di impianti come quello di Rovigo non se ne vedranno più. Troppo costosi. I prossimi, infatti, avranno una capacità inferiore (al massimo 5 miliardi di metri cubi all’anno) e saranno realizzati trasformando navi "metaniere" in rigassificatori. Così hanno scelto, ad esempio, E.On e Iride (l’utility nata dalla fusione delle ex municipalizzate di Torino e Genova) che piazzerà la nave al largo di Livorno; ma anche Gaz De France che si posiziona nell’Adriatico al largo di Ancona.
Altri impianti sempre per evitare il più possibile scontri con le popolazioni locali dovrebbero sorgere in aree dove sono già insediate importanti infrastrutture: è il caso della joint venture tra Iride e Sorgenia (gruppo controllato dalla famiglia De Benedetti) a Gioia Tauro, nonché dell’Enel che ha individuato in Porto Empedocle la zona in cui far nascere il suo rigassificatore. L’importante, come insegna l’esperienza di Edison, è di assicurarsi per tempo un contratto almeno ventennale di fornitura di gas. Altrimenti non conviene nemmeno iniziare il cantiere.
Fonte: www.repubblica.it supplemento Affari&Finanza 1 ottobre 2008 |