Translate in English
Formazione Progetti
Agevolazioni Cultura/Eventi
Previdenza Donazioni
Eco-nomia ADUSBEF

enerpoint

Abusi tra le rive del Po

Autorità di bacino e azienda interregionale dettano le regole ma pochi le rispettano. Nurocrazie e conflitti di competenze lasciano spazio all'utilizzo selvaggio delle risorse. Così stanno rubando le rive del Po. L'85 per cento è lottizzato.

Per trovare il Po, quello vivo, con le lanche e i pescatori, le anguille, gli storioni e l'acqua che si stendeva fuori dall'alveo fra dune e salici, bisogna guardare in alto, sugli alberi. Qui a Luzzara, in riva al fiume, gli <<Amici del Po>> hanno appeso su pioppi e ontani decine di quadri naif, con i cani e cacciatori di Barilon, lo storione di Ivonne Melli, le barche di Luigi Bagnoli.

Un museo all'aperto per ricordare il fiume che non esiste più. Anche dentro gli argini maestri sono arrivate le ruspe che hanno spianato le dune, ed ora ci sono i pioppi messi in riga come soldati, i campi di granoturco e di soia ed anche i filari di vite. Il Po, quello vivo, è stato rubato. <<Divieto di accesso>>, annuncia un cartello sull'argine. <<Autorizzazione Aipo 589/003 Regione Lombardia. Esclusi i concessionari>>.
Provi a entrare comunque. C'è un bosco fra i campi di granturco. In mezzo al bosco, una lanca con anatre che volano e pesci che saltano. <<Acque private>>. Pesca riservata. Attenti al cane e al padrone...

Nella palazzina dell'Arni (Agenzia regionale navigazione interna) c'è una mappa recente, del 1970. "Trentasette anni fa, dice Edgardo Azzi, che sul Po ha scritto cinque libri, qui di fronte a Boretto c'era ancora la lanca. I pesci ci andavano a depositare le uova, i pescatori a raccogliere branzini e carpe. La lanca era un ramo del Po che girava dietro l'isola Umberto I°. Quando c'era la piena, l'acqua usciva dalla lanca e copriva anche le dune. Ma da molti anni l'acqua del fiume non riesce più a salire nella golena perché questa è diventata troppo alta".

Bisogna partire da qui, dalla golena chiamata anche <<Mai finita>> perché era tanto grande da sembrare infinita, per capire come e perché il Po è stato rubato. Si vedono ancora, in riva all'alveo centrale, i <<sassi dei pennelli>>, le opere costruite prima durante il fascismo poi fino agli anni '60, per regolare la corrente e permettere la navigazione fluviale. Quando il Po è in magra, sovrastano l'acqua di due o tre metri. "Ma bastava una piccola piena, dice l'ingegnere Ivano Galvani, direttore dell'Arni, per superare i sassi dei pennelli. L'acqua poteva così entrare in golena, portando la vita. Dava forza agli acquitrini e si depurava naturalmente, depositando sabbia e limo".

L'acqua non entra più in golena perché, sopra i pennelli, ora ci sono almeno quattro metri di terra, portata da fiume. Quelli che avevano la concessione per le golene non avevano certo interesse a rimuovere questa terra. E così i concessionari di paludi e dune, un paesaggio bellissimo, ma poco redditizio, in pochi anni si sono ritrovati proprietari terrieri. "Io sostengo da anni, dice Ivano Galvani, che per il Po serve un piano regolatore che permetta di ripristinare le golene. Dopo la piena, il fiume, tornando nell'alveo, potrebbe rimettere circolo parte del materiale che aveva portato. L'alveo di magra, in questi trent'anni, causa le escavazioni di sabbia si è abbassato di almeno quattro metri. Il Po non può diventare un canale, in caso di piena si vendicherebbe. Ho fatto anche un'altra proposta: i concessionari dei pioppeti, dopo il taglio, dovrebbero togliere parte del terreno abbassandolo di tre metri. Il materiale potrebbe essere venduto al posto della sabbia presa dall'alveo. Non ho mai ricevuto risposte".

La plancia di comando del grande fiume è a Parma, nella sede dell'ex Magistrato del Po. Qui ci sono l'Autorità di bacino e l'AIPO, l'Azienda Interregionale (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) per il fiume Po. "Il nostro compito, dice Franco Cerchia, ingegnere che dirige il servizio di piena, è esprimere pareri idraulici, verificando se l'opera o la concessione richieste siano compatibili con la vita del fiume. Per i pioppeti, ad esempio, c'è un commissione nazionale fin dagli anni'60, ci sono le commissioni provinciali.

Stabiliamo che i pioppi debbono essere piantati 6 metri uno dall'altro, perché in caso di piena non provochino intasamenti di materiali. Certo, l'abbassamento del fiume ha messo in maggiore sicurezza le golene e dopo i pioppi sono state chieste concessioni per le colture basse, come il mais e l'erba medica. In caso di piena verrebbero sradicate senza creare danni. Abbiamo detto no a piante come i meli, perché richiedono antiparassitari inquinanti, e vigneti che, sradicati dal fiume, ostruirebbero le arcate dei ponti".

Ma basta andare sull'argine di Gualtieri per vedere, dentro le golene, lunghissimi filari di viti per il lambrusco. Più a valle, a Gaiba, Calto, Stienta ci sono poi chilometri di frutteti. Da Torino al delta - questi i dati Aipo - nel Po ci sono 72.290 ettari di golene. Il 17,4% sono golene chiuse (protette da argini interni, oltre che da quello maestro) e queste sono tutte private.

È ormai privato anche il 70% dell'intera area golenale. Quasi impossibile conoscere il numero delle concessioni. Solo nel parmense, negli ultimi 16 anni, sono state esaminate 800 pratiche. Non costa molto, "comprare il Po" e i furbi possono farla franca fra leggi e autorità che cambiano continuamente. Un tempo, a controllare tutto, c'erano il Genio civile (per gli affluenti) e il Magistrato del Po. Dopo la nascita delle Regioni, sono nati i Servizi tecnici di bacino (Stb) che hanno preso il posto del Genio. Questi autorizzavano le concessioni e l'Intendenza di finanza incassava il denaro. Da quattro anni tutto è cambiato nuovamente.

Sciolta l'Intendenza anche l'incarico di stabilire i canoni è stato affidato ai Servizi di bacino. Il parere tecnico sulle concessioni del Po è rimasto invece all'AIPO. "L'Intendenza, dice Raffaella Basenghi, ingegnere che dirige l'Stb di Reggio Emilia, ci ha messo anni, a consegnarci le pratiche, nemmeno fossero oro. E quando le abbiamo aperte, abbiamo trovato lasorpresa: tante erano vuote. Nome, cognome e indirizzo del concessionario e basta. Sopra c'era scritto: <<canone extracontrattuale>>, con relativo importo, proprio perché il contratto non era più agli atti. Stiamo cercando di mettere ordine, ma è dura. C'è chi non paga da anni, chi ha venduto, chi è morto. Certo, non è che parli di cifre esose: un ettaro di pioppeto costava al concessionario 76.500 lire nel 1993 e 100.124 lire nel 1996. Cercheremo di recuperare i crediti e già oggi, per ogni pratica nuova o rinnovata, mettiamo ogni dato nel computer. Ma siamo solo agli inizi".

Nelle golene asciutte, le radici dei pioppi non arrivano più alla falda. Hanno bisogno di irrigazione, in quella che fino a pochi anni era una palude. Se l'acqua sollevata dalle idrovore non arriva, i pioppi si abbattono al suolo, come soldati sfiniti.

Fonte: Repubblica.it 18 maggio 2007

 

Copyright © ALAGOAS | Credits: ImmaginaWEB