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Biomateriali l’eccellenza è italiana

Marco Astorri è un giovane imprenditore che ama l’innovazione. Con LabId è stato uno dei primi in Italia ad introdurre in applicazioni di larga scala le nuove etichette elettroniche basate sulla tecnologia Rfid. Nella sede alle porte di Bologna oltre a effettuare ricerca applicata aveva anche avviato una vera e propria linea produttiva in grado di fornire etichette per il settore dell’abbigliamento o per i processi di automazione allo studio in Poste Italiane. Un esperienza veramente di frontiera se si considera che ancora oggi le etichette Rfid hanno un mercato di nicchia, ma che tutto il mondo della logistica e grande distribuzione sta programmando ingenti investimenti in questo senso.

Ora Astorri, che non riesce a rinunciare a nuove avventure soprattutto se c’è la possibilità di creare un link operativo tra università e impresa, si è lanciato nel campo dei biomateriali. Non le bioenergie, che peraltro stanno mostrando sempre maggiori elementi di criticità soprattutto dal punto di vista della sostenibilità ambientale e economica, ma le bioplastiche, cioè materiali che si possono ottenere partendo da materie prime agricole. Così è nata Bioon, turn off pollution, spegniamo l’inquinamento, una start up sempre con sede a Bologna che intende realizzare entro due anni un primo impianto di acido polilattico, meglio conosciuto come PLA, da zucchero invece che da cereali.

«Il nostro obiettivo è quello di lavorare su materie prime meno nobili, spiega Astorri, sviluppando un intero processo che parte dai brevetti per arrivare al polimero che verrà poi venduto. Abbiamo coinvolto ricercatori da Italia, Spagna, Stati Uniti e Polonia e con loro stiamo cercando di ingegnerizzare il primo impianto che puntiamo a realizzare entro diciotto mesi in modo da poter poi procedere alla fase di vero o proprio impianto».

La chiave del successo secondo Astorri, che in questa avventura è anche l’imprenditore insieme ad un chimico francese, Guy Cicognani, risiede nell’utilizzo di materie prime agricole che assumono un basso valore aggiunto e nelle dimensioni degli impianti che Bioon ipotizza di una stazza media di 10 mila tonnellate di polimero da zucchero raffinato da barbabietola, sugo denso o melasso per un investimento da 10 milioni di euro con un mol ad un anno dall’avvio pari a 6,9 milioni di euro.

«Non c’è alcun legame con la dismissione della produzione bieticolosaccarifera, tiene a precisare Astorri, anzi la nostra idea è che gli impianti debbano essere realizzati in aree portuali, come Ravenna, Civitavecchia o Genova, dove è possibile accedere con facilità ad un interscambio di materia».

Fonte: Repubblica.it/supplementi Affari&Finanza 16 luglio 2007

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