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Mare nostrum, il più sporco del mondo

di Marina Forti

Il mare più sporco del mondo? E' il Mediterraneo: farcito di spazzatura galleggiante (soprattutto plastica), impregnato di idrocarburi e altri inquinanti.

I dati raccolti da Greenpeace e da un'organizzazione ambientalista spagnola, Oceana, parlano chiaro. Il Mediterraneo è un mare relativamente piccolo; ha una superfice di 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati, e misura 4.000 chilometri dalle coste del Vicino Oriente fino allo Stretto di Gibilterra. E' anche un mare «chiuso»: il ricambio completo dell'acqua avviene all'incirca in 90 anni. Ed è un mare invaso di spazzatura, sostiene Greenpeace - che da un paio di mesi sta perlustrando il «mare nostrum» con la sua nave Rainbow Warrior (in questo momento si trova nella zona spagnola, ed è per questo che ieri il quotidiano El País ha dedicato ampio spazio all'allarme sullo stato del Mediterraneo). Infatti presso le coste spagnole si contano 33 pezzi di spazzatura galleggianti per metro quadro, di cui tre quarti sono pezzi di plastica: dai frammenti ai sacchetti e le bottiglie.

La plastica «è la spazzatura più comune ed è la causa di gran parte dei problemi per la fauna e gli uccelli marini», afferma Greenpeace. In mare aperto la densità di spazzatura galleggiante si abbassa: può arrivare però fino a 35 pezzi per chilometro quadrato. Ma il peggio sta sul fondo: in media nei fondali mediterranei si contano 1.935 «pezzi» per chilometro quadrato, che è la densità più alta di tutti i fondali oceanici del pianeta.

C'è poi l'inquinamento fluido, o liquido: secondo uno studio di Oceana (citato da El País), nel Mediterraneo navigano fino a 10 grammi di idrocarburi per litro.

Per quanto piccolo, il Mediterraneo è però un mare molto frequentato: un terzo della navigazione mercantile mondiale lo attraversa, e circa il 20% del traffico petrolifero; in media ogni anno 12mila navi solcano queste acque. Tanto traffico è di sicuro una fonte di inquinamento, ma non la prima: la gran parte della contaminazione presente nelle acque del Mediterraneo viene dalla terraferma, e questo è un dato che fa riflettere.

Nel bacino mediterraneo sboccano 69 fiumi, che portano ogni anno 283 chilometri cubi d'acqua: questi fiumi, e i sistemi di drenaggio pluviale, sono la fonte più diretta di contaminazione marina perché vi trasportano ogni sorta di reflui (solidi e liquidi) dalle zone urbane e industriali dell'interno. Spagna, Italia e Francia insieme generano il 60% dell'inquinamento che affluisce al Mediterraneo.

Sulle coste mediterranee vivono circa 150 milioni di persone a cui si aggiungono circa 200 milioni di visitatori annuali: scarichi urbani e turismo costiero sono l'altra grande fonte di inquinamento. La contaminazione liquida non è meno preoccupante. E anche qui c'è un dato che fa riflettere: l'inquinamento di routine, afferma Oceana, è assai più pericoloso di quello provocato dalle grandi catastrofi (come gli incidenti che provocano grandi dispersioni di petrolio o carburante).

I ricercatori di Oceana sottolineano che ogni anno 400mila tonnellate di idrocarburi sono scaricate in mare, illegalmente e in via del tutto irregolare. Un incidente con sversamento e «marea nera» attrae attenzione e sarà tamponato con misure d'emergenza; non così il «normale» inquinamento.
Tutto questo si riflette in primo luogo sulla fauna marina: si pensi che il 20% delle tartarughe marine nel Mediterraneo centrale, una specie molto studiata, mostra contaminazione da idrocarburi. Preoccupante anche la contaminazione da mercurio di molte specie di pesce che finiscono sulle tavole degli umani.

Le due organizzazioni ambientaliste spagnole dicono che per riparare a questo stato di cose sono necessarie diverse azioni, dalla diminuzione dei consumi alla moltiplicazione degli impianti di depurazione, al controllo sullo stato delle imbarcazioni, al lavoro educativo. La prima cosa è sapere che ogni cosa che usiamo sulla terraferma va a finire in mare, e che il problema va affrontato all'inizio della catena dell'inquinamento, non alla fine.

Fonte: il manifesto 27 luglio 2007

L’Adriatico è caldo, diventerà una palude

di Franco Foresta Martin

Si apre mercoledì il summit del ministero dell’Ambiente: politici e scienziati per trovare soluzioni pratiche ai disastri ambientali.

ROMA. Gli olandesi proteggono le loro coste con le dighe, l’Italia lo farà, dove possibile, con le dune, imitando la natura che ci aveva abbondantemente fornito di questi sistemi di difesa costieri, da noi sistematicamente distrutti per far posto al cemento. E’ uno dei più originali e promettenti progetti che saranno presentati domani alla prima Conferenza nazionale sul clima, un summit di politici e scienziati convocato dal ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio nel tentativo di arginare, con soluzioni pratiche, i crescenti disastri del clima. Uno di questi è l’innalzamento della temperatura dell’Adriatico, che rischia di alterare le correnti di trasformare presto il mare in una «palude salmastra».

PREPARARSI AL PEGGIO. Gli esperti le chiamano «misure di adattamento». In parole semplici vuole dire prepararsi al peggio che ci aspetta nei prossimi decenni a causa dei cambiamenti climatici: erosione e inondazione delle coste, collasso degli ecosistemi, accentuazione del dissesto idrogeologico, perdita di specie animali e vegetali, contraccolpi sulla salute dell’uomo. «Le coste italiane soggette al rischio di erosione sono circa 5.000 km — spiega la dottoressa Edi Valpreda, la geologa dell’Enea che esporrà il progetto dune —. Sono belle spiagge che si affacciano sul Tirreno, sull’Adriatico e sullo Ionio, con tassi di erosione aumentati dagli anni 70 e che ora arrivano a qualche metro l’anno. Oggi i rimedi adottati per proteggere queste spiagge consistono in difese fatte con grossi massi calati amare e in «ripascimenti» realizzati col trasporto, ogni anno, di nuova sabbia per sostituire quella strappata dalle onde: entrambe soluzioni costose e spesso effimere. Le dune studiate e proposte dal Gruppo nazionale per la difesa dell’ambiente costiero, un team di ricercatori di cui fa parte la Valpreda, svolgono la funzione di serbatoi di sabbia, posti a distanza di almeno 20 metri dalla battigia, ricoperti da vegetazione spontanea, che cedono lentamente alla spiaggia quel che il mare sottrae. «Svolgono, in altri termini, la stessa funzione delle dune naturali, formatesi nel corso dei tempi geologici, di cui erano ricche le spiagge italiane e che poi sono state distrutte per far posto a massicciate ferroviarie, passeggiate a mare, stabilimenti — si rammarica la dottoressa Valpreda —. Oggi, di quel patrimonio di cordoni dunari, sopravvivono a stento circa 700 km,molti dei quali in pessime condizioni».

IMPIANTI SPERIMENTALI. Le azioni proposte alla Conferenza dal Gruppo di difesa dell’ambiente sono la salvaguardia delle dune naturali già esistenti, che svolgono un’eccellente funzione di difesa delle spiagge e, parallelamente, l’impianto di nuove dune nei tratti più esposti all’erosione. «Già sono in corso alcune sperimentazioni che hanno dato ottimi risultati nel delta del Po, vicino a Goro, e nei pressi di Ravenna — informa la Valpreda —. Se dovessi scegliere suggerirei altri interventi presso le foci dei fiumi del Molise, particolarmente aggredite dall’erosione, e nella Basilicata Ionica. Gli interventi, in ogni caso, devono essere circoscritti a quei circa 2.000 km di spiagge ancora libere da insediamenti umani, in quanto l’impianto di dune artificiali non è compatibile con la presenza di costruzioni».

ALLARME ADRIATICO. Alla Conferenza i ricercatori dell’Icram, l’Istituto per la ricerca sul mare, lanceranno un allarme per le preoccupanti condizioni fisiche dell’Adriatico, un bacino in cui ormai si registra un aumento di 2 gradi anche nei mesi invernali e fino a 100 metri di profondità. L’anomalia ha già interrotto la corrente del Golfo di Trieste, un flusso che contribuisce al rimescolamento delle acque dell’intero Mediterraneo e la cui prolungata assenza comporterebbe rischi gravi per l'intera catena alimentare marina. «Senza questa corrente che si muove in direzione Nord-Sud, l’Adriatico si trasformerebbe in un mare fermo e sempre più caldo — ha spiegato il direttore scientifico dell’Icram Silvestro Greco —. Dal Golfo di Trieste fino alla costa pugliese si creerebbe una palude salmastra dove lo scambio di ossigeno si fermerebbe allo strato superficiale, rendendo inabitabile l’ambiente marino. Le prime specie a scomparire sarebbero i pesci e le piante marine tipiche del Golfo di Trieste.E troveremmo nell'Adriatico sempre più mucillagine e alghe assassine.

PIANO NAZIONALE. «Dalla Conferenza dovrà uscire un piano per la sicurezza ambientale dei cittadini e per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici per il quale ho espressamente chiesto la partecipazione di tutti iministri—ha dichiarato alla vigilia del summit Pecoraro Scanio —. Il problema riguarda l’intero governo e ognuno deve fare la sua parte. Le risorse necessarie per i prossimi anni ammontano a circa un miliardo e sono già inserite in un capitolo del Dpef che prevede l’attuazione del Protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra e varie misure di adattamento nei settori del dissesto idrogeologico, biodiversità, parchi e precariato».

Fonte: www.corriere.it 11 settembre 2007

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