MARCO DE MARTINO
AMBIENTE: negli ultimi anni l’elettricità assorbita dalla rete è raddoppiata, così come le emissioni di anidride carbonica, ormai pari a quelle dell’aviazione. Così le industrie di informatica ed elettronica corrono ai ripari.
I capannoni lungo il fiume Columbia sono l’unica cosa che si vede all’orizzonte, quando ci si avvicina a Dalles, 13 mila abitanti a due ore da Portland, in Oregon, ultimo avamposto della guerra di Google per conquistare energia elettrica. Gli edifici, costati 100 milioni di dollari, ospitano decine di migliaia di computer collegati: una foresta di server, come si dice in gergo, da cui passano milioni di ricerche, i video di YouTube, le email gestite dall’azienda.
Nessuno sa esattamente quanti centri del genere esistono negli Stati Uniti: Google considera la sua rete di server un segreto industriale. Ma quello che è certo è che i pianificatori dell’azienda hanno opzionato più di 300 ettari in Oklahoma e North Carolina, e stanno costruendo un impianto da 600 mila computer interconnessi in Iowa che per operare avrà bisogno di oltre 60 megawatt. Quanto una città di 20 mila abitanti.
Anche Yahoo e Microsoft cercano terreni vicini a impianti idroelettrici e a reti di fibre ottiche dove costruire i loro centri dati. Il risultato di questa corsa al megawatt è che le stesse aziende che da una parte aiutano l’ambiente con la telefonia mobile, le teleconferenze e le email, dall’altra contribuiscono, e non poco, alle emissioni inquinanti. È uno dei paradossi dell’era dell’informazione. Per esempio, per mantenere il proprio corpo virtuale le migliaia di naviganti che si collegano più volte al giorno a Second Life consumano più energia di una persona reale.
Secondo una recente ricerca, negli ultimi cinque anni l’elettricità consumata nei centri dati attraverso cui si snoda il traffico di internet è raddoppiata. Negli ultimi dieci anni il numero di server è passato da 6 a 28 milioni: a essi è riconducibile una porzione del consumo totale di elettricità americano che varia, a seconda dei calcoli, tra l’1,5 e il 4 per cento. A livello globale l’industria delle telecomunicazioni, compresi computer e telefonia fissa e cellulare, produce il 2 per cento delle emissioni complessive: quanto l’aviazione commerciale.
A differenza delle linee aeree o dei produttori di auto, le aziende dell’high-tech sono finora riuscite a eludere le accuse dell’opinione pubblica: «Questa percezione è destinata a cambiare velocemente» avverte Simon Minghay, vicepresidente del gruppo Gartner, società di ricerca che calcola l’impatto delle imprese sull’ambiente. «E non a caso i leader del settore elettronico hanno cominciato già a muoversi».
Diventare «carbon neutral», essere cioè in grado di produrre senza emettere anidride carbonica, è diventata la nuova parola d’ordine delle aziende della Silicon Valley. Di recente anche Google si è unita a Intel, Microsoft e Hewlett Packard in un consorzio sponsorizzato dal Wwf che si ripromette di ridurre le dispersioni di energia, a partire dai centri dati: le esigenze di raffreddamento dei server e collegamenti poco efficienti tra computer portano in alcuni casi a sprecare fino all’80 per cento dell’energia elettrica.
I dirigenti di Google, che sbandierano il proprio ambientalismo finanziando anche la ricerca di nuove batterie per le autovetture a elettricità, non sono peraltro i più attivi nel settore. Yahoo ha promesso di operare senza emissioni entro fine anno e la svedese Picsearch assicura già ora ricerche esenti da anidride carbonica.
Il problema dell’impatto sull’ambiente delle aziende elettroniche non riguarda solo il consumo di energia ma anche l’impossibilità di riciclare in modo sicuro molti degli apparecchi da cui siamo circondati. Delle dieci maggiori aziende del settore, solo la Nokia è promossa nell’ultima classifica dell’ecologismo stilata da Greenpeace. Anche quando mettono al primo posto la tutela dell’ambiente, infatti, non è facile per le aziende eliminare le sostanze tossiche dai propri apparecchi. La Dell ha appena annunciato che il suo computer Dell Latitude è il più ecologico in commercio: tutti i componenti sono riciclabili perché non incollati, ed è stato completamente eliminato il piombo. Eppure lo schermo contiene ancora mercurio, sostanza che può danneggiare il sistema nervoso.
«Se le aziende utilizzano certe sostanze è perché rimpiazzarle è oggettivamente difficile» avverte Craig Herschberg, che dirige la divisione ambiente della Toshiba, uno dei gruppi più attivi nel cercare sostituti per i materiali tossici. I ricercatori non sono ancora riusciti a trovare alternative alla plastica Pvc, che per la sua flessibilità viene usata per isolare i cavi elettrici, o ai brominati ritardanti di fiamma, che impediscono gli incendi. Dopo sei anni di sforzi e un investimento di 75 milioni di dollari alla Panasonic hanno identificato una sostanza senza piombo che viene ora usata in una nuova linea di televisori al plasma «verdi». Gli schermi tv più vecchi contengono in media 2 chilogrammi di piombo, materiale innocuo fino a quando resta nell’apparecchio, ma potenzialmente dannoso se non viene riciclato e finisce invece in una discarica.
Il problema è che essere ecologisti per ora non premia le aziende: «A parità di condizioni i consumatori forse scelgono i prodotti verdi, ma questo non significa che siano disposti a pagarli più degli altri» afferma Stewart Mitchell, responsabile delle strategie di mercato della Sharp. Lo stesso dicono alla Motorola, che negli Stati Uniti vende i propri cellulari insieme a una busta preaffrancata per riciclare l’apparecchio quando lo si vuole sostituire. Risultato: solo il 3 per cento dei cellulari viene rispedito all’azienda.
L’inerzia dei consumatori, più ambientalisti a parole che nei fatti, non scoraggia imprenditori come Gregoire Gentil, amministratore delegato della Zonbu: questa azienda della Silicon Valley ha appena messo sul mercato un computer verde che richiede un ventesimo dell’energia dei computer normali. Lo Zonbox costa solo 99 dollari, cui però bisogna aggiungere il costo di tastiera e monitor, non inclusi, e i 250 dollari dell’abbonamento obbligatorio a un server remoto che immagazzina i dati. Che probabilmente consuma per intero l’anidride carbonica che secondo i suoi ideatori viene risparmiata dal computer.
Fonte: www.panorama.it 30 agosto 2007 |