I salari italiani sono tra i più bassi d'Europa e per effetto euro hanno <<perso potere d'aquisto>>.
Solo Spagna, Grecia e Portogallo stanno peggio. Se poi dalle retribuzioni lorde si passa allo <<stipendio medio netto>> di un lavoratore dipendente, l'Italia, con 16.242 euro all'anno, è in fondo alla classifica battuta solo dal Portogallo (13.136 euro) mentre in testa troviamo la Gran Bretagna con 28.000 euro, seguita dall'Olanda con 23.289, dalla Germania e dall'Irlanda con poco più di 21.000 e da Finlandia, Francia e Belgio con quasi 20.000.
Lo dice l'Eurispes che ha elaborato dati di fonte Eurostat e Ocse aggiornati al 2006, in una ricerca presentata ieri con il titolo: <<Povero lavoratore, l'inflazione ha prosciugato i salari>>.
Sempre ieri però la Commissione europea ha invitato proprio l'Italia e Spagna, Grecia e Portogallo a <<ridurre il costo del lavoro>>.
Un messaggio a prima vista incomprensibile, ma che invece si spiega col fatto che questi Paesi sono quelli dove tra il 1999 e il 2005 è <<cresciuta meno la produttività>>.
"Ora, dice la commissione in Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, gli sviluppi salariali dovranno essere attentamente monitorati nei prossimi anni, perchè il rischio è quello di pressioni inflazionistiche provenienti proprio dal mercato del lavoro".
Per recuperare il gap di competitività, conclude il Rapporto trimestrale sull'eurozona questi Paesi dovrebbero <<portare il costo unitario del lavoro sotto la media Ue>>.
Il paradosso dei bassi salari e dell'alto costo del lavoro, si spiega, per l'Italia, anche con l'elevato cuneo fiscale e contributivo, la differenza cioè tra retribuzioni lorde e nette, che nel nostro Paese, sottolinea ancora l'Eurispes, varia tra il 45,8% per un lvoratore single e il 36,6% per una moglie e due figli a carico.
Certo ci sono Paesi come la Germania, l'Olanda, la Danimarca e il Belgio dove il cuneo (specialmente per single) è anche maggiore, ma li la produttività viaggia a ritmi sostenuti.
Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, aprendo i lavori del Convegno sulla riforma della spesa pubblica intitolato a Riccardo Faini, l'economista al quale, appena insediato, il ministro aveva affidato la due-diligence sui conti pubblici e scomparso all'inizio dello scorso mese di gennaio, ha detto: "Oggi, se si vuole fare uscire l'Italia dallo stallo della produttività è necessario un <<recupero consistente di produttività del settore pubblico>>. Il settore pubblico è quello che ha sofferto di più le debolezze del sistema perchè più protetto, non esposto alla competizione nè in senso stretto nè in senso lato. Sulla maggiore efficienza della spesa pubblica si determinerà la capacità del Paese di migliorare, considerato che ci troveremo ancora per molti anni ad operare nella scarsità di risorse di bilancio".
Fonte: Corriere della Sera 30 Marzo 2007
Nota Alagoas: in questa classifica non rientrano i <<salari da fame>> a cui sono sottoposti i Giovani lavoratori, di cui molti laureati, i ricercatori, che con i contratti atipici, a progetto, spesso non arrivano a 500-1.000 euro al mese, non hanno una contribuzione sufficiente a garantirsi una pensione pubblica decente e inoltre non hanno una <<certezza occupazionale>> e adeguati <<sussidi di disoccupazione>> per i periodi di inattività.
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