Nel 2004 la percentuale di laureati sulla popolazione di età compresa tra i 25 e i 64 anni si attesteva al 25,2% nella media dei Paesi OCSE.
In Italia era pari all'11,4%.
In Francia e Germania, i nostri principali partners e concorrenti sui mercati globali, la quota di laureati si collocava tra il 24 e il 25% della popolazione indicata sopra.
Tra il 1991 e il 2004 l'Italia ha pressochè raddoppiato l'incidenza dei propri laureati (dal 6,1 al 11,4) ma rimane ancora ad una quota che non arriva alla metà di Francia e Germania.
I laureati in Italia sono pochi perchè da noi è particolarmente elevato il numero di chi lascia gli studi senza finirli. Secondo i dati dell'OCSE, nel nostro paese il tasso di abbandono delle università si avvicina al 60%. Si tratta di una proporzione doppia rispetto alla media dei paesi industrializzati.
Perchè tanti abbandoni? in un recente lavoro, due economisti del Servizio Studi della Banca D'Italia, mettono in evidenza la rilevanza delle condizioni famigliari. Più alto è il grado di istruzione dei famigliari, minore diviene la probabilità che lo studente lasci gli studi prima della laurea. A parità di altre condizioni, la presenza in famiglia di un genitore laureato riduce la probabilità di abbandono di ben 14 punti percentuali. Allo stesso modo, una correlazione importante è rintracciata con il tipo di scuola secondaria frequentata prima dell'università. Il fatto di aver frequentato un liceo riduce la probabilità di abbandono di oltre 50 punti percentuali.
A monte dell'istruzione dei genitori e del tipo di scuola secondaria frequentata, lo studio di Francesco Cingano e Piero Cipollone individua nelle condizioni socio-economiche delle famiglia di provenienza un fattore importante di influenza sulle probabilità di successo dello studente all'università.
A parità di altre condizioni c'è il rischio che finisca l'università chi può permetterselo piuttosto che chi lo merita.
Al contrario un sistema di istruzione capace di selezionare i migliori, offrendo l'opportunità di educazione e di emancipazione a tutti, serve sia allo sviluppo economico sia alla coesione sociale.
Al problema del completamento degli studi universitari si aggiunge il passaggio critico dalla scuola al lavoro.
I dati diffusi a fine maggio dall'ISTAT nell'ambito dell'indagine annuale sull'inserimento professionale dei laureati sono illuminanti:
Ogni anno in Italia si iscrivono all'università circa 330.000 giovani. Oltre la metà di questi non finisce gli studi. Nel 2001 si laureano 154.324 giovani. Di questi nel 2004 solo 86.146 risultano aver trovato un lavoro continuativo: il 56% del totale.
Come spesso accade in Italia, intorno alla media c'è molta varianza di percentuali a secondo del tipo di laurea conseguita come indica la tabella seguente:
Percentuali di laureati con un lavoro continuativo a 3 anni dalla laurea anno 2004
| Gruppo di corsi di laurea |
% |
| gruppo ingegneria |
81,3 |
| gruppo chimico-farmaceutico |
72,4 |
| gruppo economico-statistico |
67,9 |
| gruppo architettura |
59,9 |
| gruppo agrario |
58,8 |
| gruppo scientifico |
56,9 |
| gruppo politico-sociale |
54,8 |
| gruppo linguistico |
53,3 |
| gruppo geo-biologico |
52,8 |
| gruppo psicologico |
51,6 |
| gruppo insegnamento |
50,1 |
| gruppo letterario |
45,3 |
| gruppo giuridico |
41,3 |
| gruppo educazione
fisica |
19,4 |
| gruppo medico |
19,2 |
| totale |
55,8 |
fonte: eleaborazione dati ISTAT
Dalla tabella si evince che sono fanalino di coda con appena 19 su 100 i laureati in medicina che godono di un lavoro continuativo a tre anni dalla laurea.
All'apice invece risultano 81 su 100 gli ingegneri in possesso di un'occupazione stabile ad un triennio dal completamento degli studi.
Al di sotto degli ingegneri, ma sopra la media nazionale, troviamo i laureati chimico-farmaceutici, quelli del gruppo economico-statistico e gli architetti.
Al di sotto dell'aliquota di 56 occupati per 100 laureati si collocano i laureati in discipline politico-sociali, letterarie e giuridiche.
Riguardo alla tipologia di contratto dei laureati al lavoro ad un triennio dalla laurea, i contratti a tempo indeterminato sono largamente maggioritari nel caso di laureati in discipline chimico-farmaceutiche, in ingegneria, in materie economico-statistiche.
Le collaborazioni coordinate e continuative hanno invece un peso significativo per i laureati del blocco politico-sociale, per i laureati in lettere e per quelli del gruppo psicologico.
La ripresa in corso dell'economia italiana parte dall'industria.
Degli 86.146 laureati nel 2001 che nel 2004 avevano un'occupazione il 20% lavorano nell'industria. L'industria assorbe un quinto dei neo-laureati assunti del paese mentre è titolare di un quarto del valore aggiunto nazionale.
Se guardiamo i dati divisi per i diversi gruppi di laurea, la quota di occupati nell'industria sale a 36% dei neolaureati in discipline chimiche-farmaceutiche e del 48% degli ingegneri.
Ecco che quindi il cerchio si stringe: oltre al significativo dato dell'abbandono degli studi universitari coloro che si laureano si distribuiscono su un ventaglio di lauree piuttosto diversificato che non risponde alle reali esigenze e alle possibilità di inserimento espressa dal mondo delle imprese, e in particolare dall'industria.
Necessario quindi avere meno abbandoni degli studi universitari è più laureati nelle discipline chiave per il rilancio della competitività e dell'attività dei settori esposti alla concorrenza internazionale: passa anche da qui il consolidamento della ripresa economica italiana.
Fonte: Affari&Finanza di Repubblica 25 giugno 2007
Nota Alagoas
La bassa percentuale per la Laurea in Medicina e Chirurgia (6 anni) è dettata dal fatto che essa non dà possibilità lavorative, solo in prontosoccorso, ai laureati se non dopo aver conseguito anche la specializzazione che comporta altri 5-6 anni di studio.
Eccezioni
• diventare Medico di Medicina Generale, MMG, (più noto come medico della mutua o di famiglia): Laurea in medicina + un corso di Formazione in Medicina Generale che dura tre anni.
Bisogna poi accedere alla Graduatoria Regionale della Medicina di Base che viene stilata in base ai punteggi acquisiti tramite test ministeriali che dimostrano la capacità di esercitare la professione. La graduatoria è a numero chiuso.
• conseguire il Dottorato di Ricerca Medica: Possono presentare domanda di partecipazione al concorso di ammissione al dottorato di ricerca, senza limitazioni di età e cittadinanza, coloro i quali siano in possesso di diploma di laurea – vecchio ordinamento – o laurea specialistica – nuovo ordinamento - ovvero di titolo equipollente conseguito presso università straniere. La durata è solitamente triennale o quadriennale.
• entrare in Polizia Scientifica: (Per i dirigenti, periti ed operatori tecnici, invece, vengono periodicamente banditi concorsi pubblici, ai quali possono partecipare anche cittadini che non fanno parte della Polizia di Stato. In relazione alle necessità, saranno richiesti specifici titoli di studio, quali la laurea in biologia, medicina, chimica, fisica ed ingegneria).
|