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IRCCS Burlo Garofalo di Trieste cura materno-infantile

http://www.burlo.trieste.it/

Il Burlo Garofolo è I.R.C.C.S. e presidio ospedaliero del Servizio Sanitario Regionale. Per quanto di propria competenza concorre all'attuazione del Piano sanitario nazionale ed a quanto previsto dalla programmazione sanitaria della regione Friuli Venezia-Giulia. Effettua ricerca scientifica biomedica nel campo materno infantile, anche secondo le linee di indirizzo e coordinamento indicate dal Ministero della Salute.
Collabora con gli altri Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, ed in particolare con gli altri I.R.C.C.S. pediatrici, le Università ed altri Organismi di ricerca del territorio nazionale e internazionale. Effettua attività di prevenzione, diagnosi e cura delle patologie e condizioni morbose riguardanti l'età pediatrica. Si occupa del monitoraggio della gravidanza fisiologica ed a rischio; segue le problematiche dell'apparato genitale femminile, per tutte le età.
Le attività assistenziali vengono effettuate in regime di ricovero ordinario, di day-hospital e day-surgery e in regime ambulatoriale.

Aree di eccellenza:

• Malattie rare
• Cardiologia pediatrica
• Malattie infettive
• Centro HIV Trieste
• Trapianto di midollo e cellule staminali
• Oncoematologia
• Centro regionale Fibrosi Cistica

Fonte: sito www.burlo.trieste.it

Troppi batteri nel biberon

di Nunzia Bonifati

ALLARME. Le confezioni del latte in polvere non precisano la temperatura necessaria per eliminare eventuali microrganismi. Come dimostrano casi recenti di infezione.

L’emergenza latte in polvere è scattata prima in Germania, Gran Bretagna, Spagna, Austria, poi di nuovo in Germania. Da giugno a settembre in alcune confezioni di formule per lattanti le autorità di controllo hanno trovato l’Enterobacter sakazakii, microrganismo che può provocare infezioni serie quali meningite, diarrea e setticemia.

E in Italia? È partito subito l’allerta del Servizio Igiene degli Alimenti e della Nutrizione (SIAN) e sembra sia tutto sotto controllo. Ma non è il solo batterio a destare preoccupazioni. Dal 2002 in tutto il mondo sono stati segnalati svariati casi di infezione da Enterobacter e Salmonella presenti nel latte in polvere. Tutti registrati dal sistema comunitario di allerta per la sicurezza alimentare.

I batteri non sono presenti nell’acqua usata per diluire, ma nelle confezioni ancora intatte. Com’è possibile che un prodotto destinato ai neonati contenga agenti patogeni pericolosi? A differenza del latte artificiale liquido, che è costoso, quello in polvere non è sterile. «La catena di produzione, per quanto avanzata, non elimina del tutto il rischio di contaminazione da batteri, che sono presenti nell’ambiente e provengono dal contatto con aria, macchine, involucri e personale addetto alla lavorazione del prodotto» spiega Adriano Cattaneo, dell’Unità per la Ricerca sui Servizi Sanitari e la Salute Internazionale all'IRCSS Burlo Garofolo di Trieste. «Contaminati da Enterobacter sono fino al 14 per cento dei campioni di latte in polvere analizzati dalle autorità di controllo».

Eppure, per ridurre il rischio d’infezione basterebbe poco. Basterebbe che sulle etichette dei prodotti figurassero precise informazioni, soprattutto circa la temperatura dell’acqua da usare per ricostituire il latte. «Lavarsi le mani, lavorare in un ambiente pulito, mettere la polvere in acqua bollita e subito portata a non meno di 70 °C, far consumare il latte in tempi brevi e gettare l’eventuale residuo» elenca Cattaneo. È quanto raccomandano l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e la FAO, nelle linee guida per la preparazione del latte in polvere. Ma a dispetto di ciò molte etichette parlano di acqua intiepidita e nel migliore dei casi portata a soli 55 °C. «Temperatura insufficiente a scongiurare i rischi di infezione» avverte Cattaneo.

Coinvolti nell’allarme europeo sono i colossi degli alimenti per neonati. I nomi dei prodotti ritirati dal commercio sono stati elencati in un articolo pubblicato sul settimanale Il Salvagente lo scorso agosto.

Per quale ragione, a fronte del crescente allarme, le aziende non modificano le informazioni su come ricostituire il latte in polvere in modo corretto? «Le raccomandazioni degli organismi internazionali non sono vincolanti per le aziende» risponde Silvio Borrello, che guida la Direzione generale della sicurezza degli alimenti del ministero della Salute.

La direttiva Ue 2006/141 sugli alimenti per lattanti non contempla una prescrizione specifica sulle etichette. «In sede di stesura l’Italia aveva richiesto l’inserimento delle indicazioni suggerite da OMS e FAO, ma non ha trovato il consenso dei partner europei» ricorda Borrello. «Entro la fine dell’anno l’Italia recepirà la norma Ue. Ma non sarà possibile prendere una direzione che si allontani da quella europea. Anche se il ministero cercherà di sensibilizzare i produttori affinché modifichino le etichette».

Le aziende non sembrano farsi troppi problemi. L’Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari (AIIPA), forte degli studi scientifici che evidenziano la rarità del fenomeno infettivo, in una nota dice: «Le formule in polvere per lattanti sono intrinsecamente molto sicure».

Le associazioni di consumatori e l’IBFAN (International Baby Food Action Network, http://www.ibfanitalia.org/), la rete internazionale di azione per l’alimentazione infantile, non ci credono. E neppure le istituzioni sanitarie. Nel 2004 il rapporto ISTISAN dell’Istituto Superiore di Sanità ha elencato le misure da adottare per la produzione, l’uso domestico e ospedaliero del latte in polvere per neonati. Lo stesso anno, a settembre, l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha diffuso un documento analogo. E a marzo 2006 il ministero della Salute ha chiamato i produttori a seguire le raccomandazioni del rapporto ISTISAN e dell’EFSA. Ma c’è una direttiva a ostacolo delle etichette.

Per fortuna, anche quando il batterio è presente, il contagio resta evento raro. «Si infettano soprattutto i neonati prematuri o con un sistema immunitario debole, anche se talvolta si ammalano pure i lattanti sani» dice Cattaneo.

La dimensione dei rischi Enterobacter e Salmonella si legge nei dati epidemiologici. Se in Italia non si registrano casi d’infezione, in Francia nel 2004 ne sono stati segnalati 4, di cui 2 letali, e l’anno dopo si sono contati 200 infettati da salmonella. Anche in altri paesi si sono verificate miniepidemie: Belgio, Usa, Israele, Islanda, Grecia.

I numeri ufficiali sono piccoli «ma potrebbero essere sottostimati, soprattutto nei paesi poveri, dove i segni di malattia sono a stento correlabili con la presenza dell’Enterobacter, difficile da isolare in laboratorio» puntualizza Cattaneo.

Tanto più che il batterio, isolato solo da una trentina d’anni, è quasi sconosciuto nel Terzo mondo: non si sa né di cosa i neonati si ammalino, né in quanti per l’infezione da Enterobacter. Se nel mondo occidentale è difficile informare i consumatori circa le norme igieniche per ricostituire il latte in polvere, nel resto del mondo, dove scarseggia l’acqua potabile, l’igiene è un’utopia.

Che fare per scongiurare il rischio d’infezione? «Promuovere e incoraggiare l’allattamento al seno materno, il sistema migliore di alimentazione del neonato, ferma restando l’esigenza di una chiara informazione sulle etichette dei prodotti» conclude Borrello.

Ma per i genitori il problema resta e le preoccupazioni pure. «Il rischio non si limita al latte in formula» avverte Maurizio Bonati del Mario Negri «basta vedere quello che è successo qualche settimana fa in Spagna, con un preparato di ampio utilizzo, un infuso di camomilla per l’infanzia, con due casi di botulino a danno di neonati, come riporta il quotidiano El País».

Fonte: www.panorama.it 11 ottobre 2007

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