di Claudia Boselli
Artrite reumatoide. Oggi questa malattia infiammatoria autoimmune fa meno paura: grazie alla diagnosi precoce e ai nuovi farmaci biologici.
«Da un po’ di tempo soffrivo di dolori ai polsi e alle spalle, che andavano e venivano. Poi una mattina mi sono svegliata con le mani gonfie e dolenti, non riuscivo a chiuderle. Ho pensato all’artrite reumatoide che affligge mia madre. Il reumatologo ha confermato i miei sospetti e mi ha prescritto una terapia specifica. Oggi riesco a gestire la mia vita, anche se accade che un giorno soffra e l’indomani non avverta disturbi. Ma so che, grazie ai progressi della medicina, le cose andranno meglio».
Lucia, 46 anni, è una delle 250 mila persone che oggi in Italia vivono con l’artrite reumatoide, malattia infiammatoria autoimmune che colpisce le articolazioni. Il suo ottimismo è giustificato? Probabilmente sì. Un articolo apparso su Lancet afferma che le molecole allo studio aprono una «nuova era» nella cura dell’artrite reumatoide. E risultati promettenti sui farmaci innovativi sono stati presentati al congresso della Lega europea contro le malattie reumatiche (EULAR, European League Against Rheumatism) in giugno, a Parigi.
«Fino a una decina d’anni fa questa era considerata una malattia dall’esito ineluttabile» ricorda Sergio Ortolani, direttore del Centro malattie e metabolismo osseo e reumatologia nell’Istituto Auxologico Italiano di Milano. «Un precoce impiego dei farmaci tradizionali e di quelli biologici ha contribuito a cambiare l’atteggiamento dei medici, fino ad allora inclini a controllare solo il sintomo dolore. Ma così non si preveniva la lesione irreversibile della cartilagine».
L’artrite reumatoide provoca, oltre a dolore, difficoltà di movimento, tumefazione, rigidità e limitazione della funzionalità. Le articolazioni sono il bersaglio principale; in alcuni casi possono essere colpiti occhio, cute, polmoni e apparato cardiocircolatorio. Alla base c’è un difetto del sistema immunitario che va in tilt e attacca organi sani, infiammando e deformando l’articolazione. In genere la malattia si diffonde a partire da un bersaglio iniziale: la membrana sinoviale, che produce il liquido responsabile della lubrificazione articolare. Non va confusa con l’artrosi, malattia degenerativa della cartilagine. Le cause? Contribuiscono sia fattori genetici (i familiari dei malati rischiano di ammalarsi quattro volte di più) sia esterni.
«Ai farmaci sintomatici Fans e cortisonici, che agiscono sul dolore, si associano subito gli antireumatici, che rallentano la progressione della malattia» dice Carlomaurizio Montecucco, direttore della clinica reumatologica al Policlinico San Matteo di Pavia e presidente della Società Italiana di Reumatologia (SIR). «Sono i Dmards (Disease modifying anti-rheumatic drugs): metotrexate, un immunosoppressore che blocca la riproduzione delle cellule infiammatorie, sulfasalazina, idrossiclorochina, sali d’oro, ciclosporina A e leflunomide» elenca Montecucco. Spesso un singolo Dmard non è efficace e si ricorre ad associazioni tra due o più farmaci, come emerso dagli studi.
Un malato che non risponde alla terapia (il 40 per cento dei casi) ha oggi una possibilità in più: i farmaci biologici, prodotti con tecniche di ingegneria genetica, che bloccano specifiche sostanze coinvolte nello sviluppo della malattia. Hanno tutti nomi difficili: infliximab, etanercept e adalimumab e i più recenti rituximab e abatacept. I bersagli sono diversi rispetto ai primi biologici immessi sul mercato: interferiscono su alcune citochine o su popolazioni cellulari. «In comune hanno il meccanismo d’azione: scardinano più a monte il processo infiammatorio» precisa Ortolani. «Va però calcolato il rapporto costo/benefici: hanno infatti effetti collaterali, come il rischio di infezioni».
Non solo, «hanno costi elevati ed è stato creato un registro per identificare i pazienti candidati» precisa Flavio Fantini, direttore unità operativa di reumatologia dell’Istituto Gaetano Pini di Milano. «Sono a esclusivo uso ospedaliero. I centri di riferimento regionali li danno ai malati con artrite reumatoide attiva e resistente alle cure convenzionali».
La sfida è duplice: mettere a punto criteri diagnostici precoci per valutare il grado di gravità della malattia (come indicano le nuove raccomandazioni dell’American College of Rheumatology, la principale società di reumatologia); individuare il grado di risposta del paziente alla terapia. «Prima si inizia la terapia, più sensibile è la malattia ai farmaci, perché l’infiammazione è meno radicalizzata» dice Montecucco. A Pavia la SIR, con i medici di medicina generale della asl, sperimenta una corsia preferenziale per l’accesso dei malati agli specialisti reumatologi. «Visti gli esiti positivi, vorremmo allargare il progetto a tutta la Lombardia» anticipa Montecucco.
Una diagnosi precoce è fondamentale soprattutto nell’artrite giovanile: il 10 per cento dei casi, un bambino su 1.000 sotto i 16 anni (fascia più colpita da 1 a 6 anni). La forma giovanile è in aumento. Come mai? «Il sistema immunitario si sbilancia: meno malattie infettive, più allergiche e autoimmuni» spiega Fantini, responsabile del centro reumatologia infantile del Pini, che ha pubblicato su Arthritis & Rheumatism uno studio, il primo del genere, sull’uso di un farmaco biologico anti Tnf nell’artrite giovanile. «Se nell’adulto sono coinvolte quasi solo le articolazioni, nel bambino è compromessa sia la crescita globale (statura) sia quella di singoli segmenti del corpo (mandibola, piedi)».
Oggi dall’artrite reumatoide si può guarire. In metà dei casi si ha remissione nel giro di 1-2 anni. Nell’altra metà c’è una risposta buona anche se non completa: accade al 90 per cento dei pazienti. Intervenire subito sembra la strada vincente. Dovrebbe confermarlo una sperimentazione in corso in una ventina di centri italiani. «L’obiettivo è valutare la risposta a una terapia incisiva con farmaci biologici sin dall’inizio, per ottenere una remissione completa e mantenerla con una cura molto più leggera, sospendendo il farmaco biologico» spiega Montecucco. A fine anno saranno pronte le linee guida sui farmaci biologici della SIR, che al prossimo congresso (15-18 ottobre a Venezia) avrà al centro due temi cruciali: stabilire quando si può parlare di guarigione, quando e come somministrare i nuovi farmaci biologici.
Fonte: www.panorama.it 18 settembre 2008 |