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Agli italiani la matematica non piace

PISA, scritto tutto in lettere maiuscole, non è il nome della città della torre pendente. E' la sigla di un test scolastico. Parliamo del "Programme for International Student Assessment". Si tratta di un'indagine che l'OSCE svolge periodicamente al fine di comparare i risultati e le motivazioni degli studenti di 15 anni nell'utilizzo di un approccio matematico e di concetti scientifici al fine di comprendere e risolvere problemi pratici.
Non si tratta di un'espediente per selezionare futuri premi Nobel. E' piuttosto un sistema per capire come un Paese o un'intera area economica stia lavorando oggi sulle competenze e sul capitale umano che saranno necessarie per lo sviluppo economico di domani.
Il futuro di qualsiasi economia avanzata dipende dalla capacità di fare della scienza, della matematica e della tecnologia competenze diffuse e condivise tra i cittadini, siano essi lavoratori e consumatori.
Un buon rapporto con i numeri e le statistiche da parte delle nuove generazioni diventa un fattore importante nella funzione di produzione di un paese non solo come premessa alla formazione di un'elitè di scienziati.
Nell'ambito di un rapporto più vasto sull'istruzione a livello internazionale, l'OCSE nel mese di ottobre 2006 ha confermato e commentato i risultati dell'inchiesta PISA 2003 sugli studenti medi. I dati che emergono sono interessanti.
A livello mondiale colpisce come il dinamismo delle emergenti economie asiatiche di traduca anche nell'eccellenza della preparazione scolastica.
Tra i primi 10 Paesi classificati nella graduatoria di livelli di alfabetizzazione matematico-scientifica troviamo i sistemi scolastici di :
• Hong Kong
• Corea
• Giappone
• Finlandia
• Canada
• Paesi Bassi

tra la decima e la ventesima posizione su un campione di 40 Paesi:
• Germania
• Francia

Più in basso troviamo:
• Stati Uniti
• Italia

In generale, i quindicenni europei non risultano brillare per abilità e attitudine verso il sapere matematico e scientifico. Ben il 20% degli intervistati del Vecchio Continente non va oltre il primo dei sei livelli di valutazione fissati dal test PISA.
Nell'intera area OCSE, secondo il rapporto, sono 3,6 milioni i giovani adoloscenti che non risultano in possesso di conoscenze matematiche adeguate a proiettarne un agevole inserimento in un mondo del lavoro sempre più marcato dal connubio tra conoscenza, scienza e tecnologia.
Si può pensare che crescendo, le cose possano migliorare, che i giovani possano recuperare queste preclusioni per le materie scientifiche, accedendo ai gradi ulteriori di istruzione, passando dalle scuole secondarie all'Università. La possibilità di questa evoluzione virtuosa non è scontata, anzi sembra confermare questa "mancanza di feeling". Non solo per la mancanza di un percorso formativo adeguato, ma come emerge anche dal rapporto OCSE su "Educational at a glance 2006", esiste a monte un problema di aspirazione dei giovani interessati. Tra le varie domande, il test PISA chiede ai quindicenni intervistati di esprimere le proprie aspettative circa la possibilità di proseguire gli studi nella cosidetta "istruzione terziaria" per ottenere un diploma universitario, una laurea o un dottorato. Bene, una percentuale tra il 60 e il 70% degli studenti asiatici intervistati coltiva a quindici anni l'ambizione di laurearsi. In Corea la percentuale sale al 95%. In Europa la percentuale cala al 50%.
Le modeste aspirazioni nutrite dai giovani europei trovano riscontro nel limitato ritorno economico dell'investimento in una migliore istruzione.
Il rapporto OCSE dice che, fatto 100 la retribuzione mediamente percepita da un diplomato alla scuola secondaria, la retribuzione di un laureato con età compresa tra i 30 e i 44 anni sale a:
• 137 in Italia
• 141 in Spagna
• 153 in Germania
• 161 in Corea
• 167 in Francia
• 182 negli Stati Uniti

Quello che appare in azione in almeno parte della Vecchia Europa, e con partcolare riferimento proprio all'Italia è una sorta di circolo vizioso tra la domanda e l'offerta di capitale umano. Una limitata voglia di istruirsi interagisce con i livelli a volte insufficienti della qualità media dell'istruzione prodotta dal sistema scolastico e con le difficoltà del sistema economico di remunerare il miglior sapere con un giusto prezzo, sia a livello di ricerca che di impiego.
Diversamente, un circolo virtuoso sembra essersi avviato in paesi come la Cina e l'India. Nel 2005 la Cina è stata capace di generare 10,8 milioni di diplomati (due volte e mezza quelli dell'Europa) e 4,4 milioni di laureati contro i 2,5 milioni della UE. In India il numero di diplomati nel 2005 ha raggiunto il livello dell'Intera Europa. Oltre alla quantità, una buona qualità media del nuovo capitale umano formato deriva dalla forte "competizione meritocratica" che è tipica dei sistemi scolastici delle grandi economie emergenti dell'Asia. Qui chi non consegue una ottima valutazione all'esame di maturità non può accedere a corsi di laurea e ad atenei più qualificanti.
E'noto da tempo come l'Europa e in particolare l'Italia accusino ritardi sul fronte della ricerca e dell'innovazione. Il fattore determinante della scelta dei giovani a conseguire una laurea, è in particolare quelle in Matematica e in Fisica e in Chimica, dipende dalle prospettive lavorative, dalla possibilità di fare ricerca, da un adeguato riconoscimento economico della qualifica professionale raggiunta, che come abbiamo visto, sono difficili o mancanti in Italia.
Di recente, nell'ambito della "IV giornata della ricerca" organizzata da Confindustria, è stato autorevolmente ricordato come nel nostro Paese i laureati totali e i laureati in discipline scientifiche siano circa la metà della media europea e si collochino significativamente al di sotto di Svezia, Usa (che ricupera grazie alle aspettative positive di possibilità di ricerca e di remunerazione più elevata per i laureati) e Giappone. Nei termini del rapporto tra il numero dei ricercatori e occupati, l'Italia si colloca poco al di sopra di Turchia e Messico in una lista stilata dall'OCSE: 3 per mille nel nostro paese rispetto a circa 18 per mille occupati in Finlandia, a 10,3 in Giappone, a 7,5 in Francia, a 6,9 in Germania e a 6,8 ricercatori occupati in Corea.
La nostra spesa in Ricerca, espressa in percentuale del Pil, rimane ancorata all'1% da anni, contro il 4% della Svezia, il 3,3% del Giappone, il 2,6% degli Usa e Germania, il 2,2% della Francia e l'1,3% della Cina. C'è da ricordare che una parte importante della ricerca viene portata avanti da investimenti privati delle aziende multinazionali. Investimenti che purtroppo risultano essere limitati in Italia, per la presenza, tipicamente dell'economia italiana, di una miriade di piccole e medie aziende, che non sono in grado finanziariamente di sostenerli in modo adeguato.
Sul fronte dei brevetti, che rappresentano un'essenziale dimensione della capacità di innovazione di un Paese, ulteriori statistiche OCSE assegnano all'Italia 840 famiglie di brevetti simultaneamente registrati presso le autorità americane, europee, giapponesi contro le circa 7.300 della Germania e le 2.450 della Francia.
A valle di tutti questi dati e di altri che potrebbero essere citati è facile giungere alla conclusione che quanto si semina nella conoscenza e nella ricerca sia destinato a germogliare in termini di crescita e di competitività. Chi ha più e meglio investito nella conoscenza e nella ricerca ottiene anche i migliori risultati in termini di produttività. E la produttività, sia essa misurata dal valore aggiunto per unità di lavoro o dall'ulteriore risultato ottenibile da una più efficiente combinazione dei fattori produttivi (la cosidetta PTF), rappresenta per tutti il principale metro di misurazione della posizione competitiva sul mercato globale.
In Italia, il recupero di produttività passa sicuramente attraverso interventi che coinvolgono università, ricerca, industria, territori.
Ma occorrerà anche ricordarsi di risalire verso monte la filiera della conoscenza. Per rendere i nostri figli quindicenni un pò più preparati e interesati alle scienze, alla matematica e alla tecnologia. Per migliorare il loro futuro di lavoro ed il loro avvenire di cittadini.
Quello che saranno l'industria e la società italiana negli anni a venire dipende pure da come ci occupiamo dei giovani quindicenni di oggi.

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