di Adriano Bonafede
Se la fuoriuscita dai fondi comuni d’investimento nel 2007 ha avuto un che di colossale (meno 53 miliardi a cui si sono poi aggiunti altri 20 miliardi nel solo mese di gennaio del 2008), la crescita dei fondi pensione nel 2007 grazie allo sblocco del Tfr e alla campagna d’informazione voluta dal governo è stata considerevole: nel 2007, secondo i dati resi noti la scorsa settimana dalla Covip, le risorse destinate alle prestazioni sono aumentate di oltre 6 miliardi.
Per il futuro è prevedibile un aumento più lento, visto che stavolta c’è stato una specie di ‘effetto gradino’; ma, per fortuna, ci sarà sempre un segno più davanti alla raccolta alle forme di previdenza complementare.
Ciò dovrebbe dare, come auspicato, maggiore stabilità al sistema finanziario. E ai sottoscrittori, una garanzia che le loro somme si rivaluteranno lentamente ma sicuramente.
È opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che i lavoratori, siano essi dipendenti che autonomi, non sappiano bene cosa riservi loro il futuro in termini di pensione. Tanto che molti chiedono che gli stessi lavoratori possano avere dall’Inps o dalle altre gestioni previdenziali una specie di ‘proiezione’ sul futuro assegno pensionistico, sulla base di prudenti valutazioni sull’andamento dell’economia.
Sarebbe certamente una cosa saggia perché soltanto di fronte alle cifre nude e crude che secondo i più fotograferebbero una pensione più misera di quanto non si creda la gente sarebbe spinta ad aumentare di più il risparmio a lungo termine (quello che appunto avviene con i fondi pensione o con analoghi strumenti previsti dal legislatore, come ad esempio i Pip assicurativi).
Non ci sarebbe niente di male se in qualche modo i lavoratori spostassero parte dei propri risparmi dal breve al lungo termine. Perché nel breve i risparmiatori spesso mal consigliati o incapaci di prendere decisioni valide sull’onda di un’emotività incontrollabile che li fa spostare da un prodotto all’altro senza un’adeguata pianificazione ottengono in genere risultati deludenti.
Sul lungo termine, sotto l’ombrello di strumenti che hanno un’ottica non di breve respiro e sui quali per fortuna non si può intervenire cambiando genere di prodotto ma solo al massimo passando da un prodotto all’altro dello stesso genere, i risparmiatori sono più protetti da gesti impulsivi e possono ottenere rendimenti accettabili.
Ad esempio, nel periodo 2003-2007 (cinque anni), i fondi pensione negoziali e quelli aperti hanno ottenuto sempre secondo i dati Covip un rendimento intorno al 25 per cento. Il tutto va confrontato con un rendimento netto del Tfr del 14,3 per cento. Gli esperti presumono che nel lungo termine i fondi pensione possano rendere ancora di più rispetto al Tfr.
Come si vede, non c’è nulla di eccezionale ma siamo di fronte a un costante aumento del proprio ‘montante’ su cui sarà infine calcolata la rendita pensionistica, ben oltre il tasso d’inflazione. Forse è proprio su rendimenti medi del genere che bisogna abituarsi a ragionare nel lungo termine. Senza, però, i nervosismi, le angosce, le frustrazioni di chi insegue un rendimento nel breve. Con risultati, però, migliori.
Tra i dati resi noti dalla Covip ce n’è un altro che merita attenzione. Si tratta del costo medio delle varie forme pensionistiche. A cinque anni un periodo per la verità ancora troppo breve per valutare questi strumenti i fondi negoziali si attestano su un Isc (indicatore sintetico di costo) pari allo 0,3 per cento. Quelli aperti arrivano all’1,1, mentre i Pip assicurativi (che già si sapeva essere i più cari) arrivano all’1,5 per cento. Nel lungo termine le differenze dovrebbero attenuarsi, ma la distanza dei negoziali dagli altri due strumenti dovrebbe rimanere.
Fonte: www.repubblica.it Supplemento Affari&Finanza 4 marzo 2008 |